Un buon cittadino è quello che sa scegliere. Anche di non votare

Referendum
Un delle tre copie originali della costituzione italiana esposta all'iniziativa "Montecitorio a porte aperte". Roma 9 novembre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Vale di più una decisione consapevole o la scelta alla cieca di chi segue le indicazioni di un capo?

Con l’avvicinarsi del 17 aprile, l’attenzione sul referendum abrogativo sta inevitabilmente crescendo. Ma quella che cresce ancora di più è la disinformazione sul merito del quesito, così come il tentativo di delegittimare una posizione – quella dell’astensione – che invece è pienamente giustificata.

Le dichiarazioni del presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, che oggi ha invitato al voto come “parte della carta d’identità del buon cittadino”, rappresentano da questo punto di vista niente più che un’opinione personale, per quanto autorevolissima. Ma non tutti i costituzionalisti la pensano così.

Dall’altra parte, c’è il furore ideologico di chi dice di “andare a votare Sì sulla fiducia, senza neanche sapere”. Sono le parole di Beppe Grillo, il capo di un movimento che in origine si proponeva di cambiare la politica all’insegna della democrazia diretta, dell’informazione diffusa e della partecipazione dei cittadini.

Viene da chiedersi allora se possa definirsi un “buon cittadino” chi va a esercitare il proprio diritto di voto in maniera inconsapevole, guidato da leader che pretendono di influenzarne le scelte in maniera acritica, o chi piuttosto – opportunamente informato sulla materia del referendum e convinto dell’inutilità e della strumentalità dello stesso – decide di scegliere l’astensione come esercizio della propria libertà.

Pertanto, pensiamo che un “buon cittadino” sia quello che, voti o si astenga, fa la sua scelta in modo motivato e razionale. Il resto è propaganda.

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