Un bibliofilo di grande Eco

Cultura
20121125 - Umberto Eco ieri alla manifestazione di Giustizia e libertà. ANSA

Il ricordo di Umberto Pregliasco, libraio antiquario di fiducia di Umberto Eco, per l’Associazione Librai Antiquari

Il nostro paese ha perso una delle grandi eccellenze che la contraddistingueva nel mondo.

Non nel campo della moda o del cibo ma, per una volta, nel campo della cultura. Umberto Eco era ancora più stimato all’estero di quanto non lo fosse in Italia. In Francia come in Germania, in Giappone come negli Stati Uniti. Avendo avuto la fortuna di accompagnarlo in quello che lui era consapevole sarebbe stato il suo ultimo viaggio oltre oceano – per una lectio magistralis a Yale ed una all’ONU – mi sono reso conto di quanto fosse considerato dagli americani e non soltanto nell’ambiente universitario.

Non parlerò certamente del filosofo, del professore di semiotica, dello scrittore italiano vivente più conosciuto nel mondo, bensì di Umberto Eco bibliofilo, raccontando quelle che sono state le relazioni pericolose tra il collezionista ed il proprio pusher di libri antichi: un’esperienza unica, che ha consentito al libraio di entrare nello spirito, ancor prima che nel portafoglio, del collezionista.

Uno dei saggi sulla cognizione scritti da Eco reca il titolo “Kant e l’Ornitorinco” e mi auguro di non fare la figura dell’Ornitorinco al cospetto del grande filosofo.

Quando iniziai la mia avventura nell’antiquariato librario, le e-mail non si potevano neppure immaginare, il fax non esisteva, ed i bibliofili preferivano risparmiare sulle telefonate. Attendevo dunque con ansia, ogni mattina, le “cedole di commissione libraria ad affrancatura ridotta” con le ordinazioni dei libri proposti sui nostri cataloghi. Prima ancora, gli ordini pervenivano con belle lettere vergate a mano, in cui i clienti si lasciavano andare a confidenze, librarie e non solo. Conservo gelosamente altre missive bibliofile di clienti illustri della mia secolare libreria, quali Benedetto Croce, Luigi Einaudi e ovviamente Umberto Eco.

Il mondo del libro antico gli deve molto, perché attraverso i suoi romanzi ha contribuito a rendere familiare al grande pubblico le biblioteche medioevali e i libri antichi. Ho avuto la fortuna di conoscerlo oltre 30 anni fa, mentre stava scrivendo quel capolavoro che rimane Il nome della rosa; all’epoca spesso passava in libreria a Torino. Mi piace anzi pensare che già negli anni Cinquanta, sconosciuto e squattrinato studente, Eco cercasse timidamente libri usati nella libreria di mio nonno, all’epoca situata vicino al Collegio Universitario, dove risiedeva durante i suoi studi all’Università di Torino, coronati da una tesi sull’estetica in San Tommaso. Con Eco condivido, oltre alla “piemontesità” e all’ amore per i libri, anche il piacere di giocare con le parole e con l’enigmistica – lo divertì il neologismo omotrico che coniai quando si era lasciato ricrescere, come me, la barba.

Anche il fatto di avere lo stesso nome ha contribuito a facilitare i rapporti: conservo le lettere che mi ha voluto intitolare «Caro Omonimo», così come segnalazioni di inesattezze contenute nel mio catalogo, o rimostranze perché il libro che ricercava era già stato venduto ad altri. Spesso mi domando se, nei romanzi di Eco nasca prima l’uovo o la gallina, ovvero se sia l’ispirazione a guidare la collezione dei libri, o se sia proprio il possesso di certi testi ad ispirare la sua scrittura; ma è indubbio che la stesura di tutti i suoi romanzi è supportata da una approfondita consultazione delle edizioni antiche. Così è stato per Il nome della Rosa con gli erbari e i testi sulle droghe, i labirinti e l’Inquisizione – è inutile dire che il mio sogno sarebbe ritrovare un manoscritto del perduto secondo libro della Poetica di Aristotele, quello sul ridere, causa degli omicidi di Jorge e dell’incendio della biblioteca, tuttora teatro dei miei più atroci incubi.

La stessa, meticolosa, ricerca ha investito i testi alchemici e sui Rosacroce per la stesura del Pendolo di Foucault, ed opere sull’astronomia e la navigazione per L’isola del giorno prima. Proprio in questo romanzo solo un attento bibliofilo può notare come quasi tutti i titoli dei 40 capitoli corrispondessero a suggestivi titoli di più o meno celebri libri secenteschi, dalla Grand’Arte della Luce e dell’Ombra, al Serraglio degli Stupori, dall’Orologio oscillatorio alle Artificiose Macchine alla Nautica rilucente: l’indice, insomma, rappresentava un vero e proprio inno alla bibliofilia.

La ricerca documentale di Eco è proseguita per libri e carte sull’assedio di Casale, le Crociate e il Barbarossa per Baudolino e per fumetti e riviste degli anni Trenta per La misteriosa fiamma della Regina Loana, in cui il protagonista è proprio un libraio antiquario dal nome emblematico di Giambattista Bodoni, che ritrova la memoria perduta grazie alla rilettura dei libri della propria infanzia.

Negli anni Eco si è dunque rivolto spesso a me ed ai librai antiquari di tutto il mondo, alla ricerca di edizioni d’epoca su una grande varietà di argomenti. Ne è nato un rapporto quasi di amicizia, suggellato da scambi reciproci di consigli – la sua conoscenza di bibliografie, e di prezzi, è fenomenale – di sensazioni e di cultura, ancor prima che di merce e di denaro. In ogni caso mai mi riusciva di indovinare l’esatto tema dei romanzi cui Eco stava ponendo mano: ma poi lui stesso mi faceva puntualmente dono dell’ultimo volume pubblicato, accompagnato dalla dedica «così capisce perché cercavo il tal libro…».

Durante le nostre chiacchierate, Umberto mi confessava le sue impressioni sulla bibliofilia: “Ci sono collezionisti che persino leggono i libri che accumulano. Ma desiderano l’oggetto, e che possibilmente sia il primo uscito dai torchi dello stampatore. A tal segno che ci sono bibliofili, che io non approvo ma capisco, i quali – avuto un libro intonso – non ne tagliano le pagine per non violare l’oggetto che hanno conquistato. Sarebbe come, per un collezionista di orologi, spaccare la cassa per vedere il meccanismo. Una biblioteca di libri rari non è una somma di libri, è un organismo vivente con una vita autonoma. Non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, dove un giorno, nel momento fatale, potrai trovare quello che altri hanno letto prima di te. È un repositorio dove al limite tutto si confonde e genera una vertigine, un cocktail della memoria dotta”.

Il mio illustre Omonimo osserva acutamente: Naturalmente il bibliofilo è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa: “Quanti libri! Li ha letti tutti?”. L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?” La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!” La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, – gli dico – quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.

Borges, che Eco amava molto e cui si ispirò per il bibliotecario cieco Jorge, dichiarò che “quando uno scrittore muore diventa i libri che ha scritto”. Noi librai antiquari siamo sicuri che Umberto Eco diventerà non soltanto i libri che ha scritto, ma anche quelli che ha collezionato. E, parafrasando un suo saggio, non ci libereremo mai dei libri…

 

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