Ue, qualcosa sta cambiando

Europa
ARCHIV - Die Quadriga auf dem Brandenburger Tor in Berlin ist am 24. Maerz 2007 durch eine EU-Fahne zu sehen.Das Bundesverfassungsgericht in Karlsruhe will am Dienstag, 30. Juni 2009, seine Entscheidung ueber den Reformvertrag von Lissabon verkuenden. (AP Photo/Jan Bauer)  ** zu unserem KORR ** --- FILE - In this March 24, 2007 file photo the Quadriga ontop of the Brandenburg Gate in Berlin is seen shining through a European flag.  (AP Photo/Jan Bauer)

Il bilancio europeo per il prossimo anno mostra qualche cenno di cambiamento

Perfino Romano Prodi che in genere non è tenero con il governo italiano, ha ammesso che Renzi ha perfettamente ragione quando lamenta la scarsa solidarietà di Bruxelles sui migranti e sul terremoto. Ora il bilancio europeo per il prossimo anno mostra qualche cenno di cambiamento sia nell’aumento degli stanziamenti per l’immigrazione, sia nelle spese per la crescita e l’occupazione. Ma si tratta di misure ancora timide e di conseguenza l’Italia non ha votato a favore ma si è astenuta, mentre mantiene le sue riserve sulla revisione del bilancio pluriennale che si discuterà nelle prossime settimane.

Questi i fatti al di là delle drammatizzazioni giornalistiche e dei soliti timori dei benpensanti che temono sempre l’isolamento dell’Italia o si danno pena per l’irritazione dei funzionari di Berlino, che consentono di affermare che le cose a Bruxelles stanno cambiando, magari a piccoli passi, ma qualcosa di nuovo si va affermando. Infatti, accanto alle dichiarazioni concilianti verso l’Italia del commissario Moscovici e del presidente del Parlamento europeo Schulz, è una novità il richiamo che la Commissione ha indirizzato alla Germania ed agli altri Paesi con un bilancio in attivo, affinché spendano di più contribuendo così al rilancio della domanda interna dell’intero continente europeo.

Quello che ancora manca e che sarebbe veramente risolutivo per far uscire l’Europa da questa situazione di basso sviluppo e di elevata disoccupazione, è una maggiore spesa europea per gli investimenti e l’innovazione finanziata direttamente da Bruxelles attraverso l’emissione di titoli di debito. Insomma il piano Juncker, che pure ha avuto successo, è troppo piccolo per dare un’adeguata spinta all’intero continente. Dovrebbe essere almeno triplicato e soprattutto finanziato con un ricorso più massiccio alla Bei e magari anche con il sostegno della Bce.

Semplificando i termini della questione si possono illustrare così i vari passaggi:

1) di fronte alle nuove sfide poste dalla situazione internazionale, ed in particolare del neo-protezionismo di Trump, solo un’Europa unita può affrontarle con successo, come ha dimostrato in un lucido articolo Bini Smaghi sul Corriere della Seradi ieri ;

2) nessuno si illude sugli effetti della spesa pubblica in deficit quale principale motore dello sviluppo, come il nostro Paese ha già sperimentato in passato riuscendo solo ad accumulare un grande debito pubblico insieme ad una drammatica perdita di competitività;

3) tuttavia in una situazione di ampio surplus della bilancia commerciale dell’intera Europa verso il resto del mondo (circa 400 miliardi di euro di cui 300 della sola Germania ) e di bassi tassi d’interesse, è obbligo dei Paesi in attivo ampliare la domanda interna anche attraverso una maggiore, sia pur temporanea, spesa pubblica.

Insomma, al di là delle rigidità dottrinarie che stanno bloccando in particolare i tedeschi, è ovvio che un sano pragmatismo dovrebbe ispirare l’azione coordinata della Banca Centrale Europea (come Draghi sta già facendo) e quella dei governi che potrebbero sostenere la domanda interna anche con una maggiore spesa pubblica, al fine di rilanciare l’economia dell’intero continente e riassorbire la disoccupazione che in media, si colloca ancora sul 10 %. Per l’Italia questo cambio di paradigma è di fondamentale importanza.

Le scaramucce di questi mesi sullo zero virgola in più o in meno del nostro deficit, sono solo tattiche negoziali che dovrebbero portare ad un mutamento della strategia di fondo dell’intera Europa. Peraltro oggi parliamo sempre di indebitamento del nostro Paese che certo non ha molti margini per espandere ancora il suo già elevato debito. Quello che davvero potrebbe contare per noi sono politiche espansive da parte dei Paesi del Nord Europa che attiverebbero maggiore domanda di nostri prodotti, ed investimenti diretti da parte di Bruxelles che potrebbero sostenere il nostro fabbisogno di infrastrutture e di innovazione senza gravare sul nostro deficit. Ma per arrivare a questo risultato la strada è ancora lunga.

Il ciclo elettorale che il prossimo anno interesserà importanti Paesi come Francia e Germania, non favorisce certo innovazioni radicali a Bruxelles. Tuttavia i timori suscitati dalla nuova presidenza americana stanno forse imponendo tempi più rapidi. Qualcosa sembra si stia muovendo dal lato della difesa comune. Juncker dal canto suo, potrebbe incontrare minori ostacoli nel modificare in senso espansivo la politica di Bruxelles. Ma questa evoluzione dipenderà soprattutto da cosa farà l’Italia in merito alla politica delle riforme. Ora che la Spagna si è stabilizzata, il peso della credibilità e della coesione tra i Paesi europei dipenderà in maniera particolare dall’esito del referendum sulla riforma costituzionale.

Se gli italiani voteranno Sì arriverà alle cancellerie europee il messaggio che i cittadini vogliono proseguire sulla strada delle riforme, e quindi sarà più facile ricevere maggiori sostegni. In caso contrario prevarrà l’incertezza e la sfiducia in tutto il mondo politico e degli affari sulle reali intenzioni del nostro Paese spingendo tutti gli altri ad una chiusura difensiva.

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