Tutto quello che c’è dietro l’incontro fra il Papa e Kirill

Vaticano
Pope Francis waves as he leaves at the end of  his weekly general audience in St. Peter's Square at the Vatican, Wednesday, Feb. 5, 2014. A U.N. human rights committee denounced the Vatican on Wednesday for “systematically” adopting policies that allowed priests to rape and molest tens of thousands of children over decades, and urged it to open its files on the pedophiles and the bishops who concealed their crimes. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Il ruolo di Cuba nella grande mediazione fra le due Chiese

Cominciò tutto con Gorbaciov, il leader dell’allora Unione sovietica che ripristinò la libertà religiosa a Mosca (leggi dell’ottobre e dicembre 1990) e incontrò Giovanni Paolo II in Vaticano già nel 1989 (il primo dicembre, il Muro di Berlino era appena caduto). Finiva la stagione dell’oblìo per il cristianesimo ortodosso russo e anche la Chiesa cattolica faceva a sua ricomparsa ufficiale nel Paese dei soviet ormai al tramonto.

Fra Gorbaciov e Wojtyla nasceva un’intesa personale, umana, che era anche un viatico di dialogo fra due mondi tradizionalmente lontani. E del resto questa strana storia di dialogo fra le due Chiese, fra Santa Sede e Patriarcato ortodosso, s’incrocia con quella di leader comunisti di provata fede che hanno però ricevuto in eredità dalla storia, il compito di traghettare i propri Paesi fuori dall’esperienza dei regimi a partito unico.

E’ il caso anche di Raul Castro – l’incontro fra Francesco e Kirill si svolgerà a Cuba il prossimo 12 febbraio – il fratello meno carismatico di Fidel, il capo militare dalla faccia severa che di tanto in tanto ha provato ad aprire qualche spiraglio nell’orgoglioso isolamento cubano e che ora, uscito di fatto di scena il mito Fidél, con pragmatismo indubbiamente comunista, ha deciso di aprire Cuba al mondo, per salvarla dalla sua stessa leggenda che rischiava di soffocarla.

Non c’è solo questo naturalmente, le diplomazie ecclesiali sono la lavoro da tempo come è stato detto dai protagonisti. Il metropolita Hilarion, responsabile delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca, era stato dal papa di recente in ben due diverse circostanze: il 15 giugno e il 15 settembre. In occasione di questa seconda visita Hilarion aveva in effetti annunciato che l’incontro fra Kirill e Francesco si sarebbe svolto in tempi brevi, “in territorio neutro come richiesto da entrambe le parti”.

Non solo: va anche ricordato che lo stesso Kirill ha già avuto un colloquio personale con un papa, si trattava di Benedetto XVI (nel 2007 in Vaticano) ma all’epoca, Kirill era a sua volta il responsabile per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, il ‘ministro degli esteri’, insomma è l’abito che fa il monaco, altroché.

Se più di una volta dunque i messaggeri di Mosca sono venuti Oltretevere in questi anni, lo stesso hanno fatto seguendo il percorso inverso i rappresentanti del papa. Dal cardinale Roger Etchegaray (per conto di Wojtyla) fino all’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola. E Milano come Parigi, sono state fra le grandi città d’occidente in cui si sono svolti colloqui riservati fra gli esponenti delle due Chiese. Di certo il periodo più complicato è stato quello del pontificato di Giovanni Paolo II: il papa polacco da una parte lavorava per ripristinare le relazioni con il mondo ortodosso, dall’altra era però espressione e di una cultura nazionale da sempre in conflitto con Mosca.

Wojtyla, dopo il disgelo, sostenne apertamente i greco-cattolici dell’Ucraina accusati costantemente dal precedente patriarca moscovita, Alessio II, di fare proselitismo, di voler cioè strappare fedeli alla Chiesa ortodossa in una terra già evangelizzata. Una sorta di concorrenza interna giudicata scorretta, un’aggressione. Giovanni Paolo II erigeva poi quattro diocesi cattoliche in Russia e nuovamente veniva criticato dalle autorità ecclesiali della capitale russa.

D’altro canto dagli anni ’90 cominciava pure una importante stagione di dialogo teologico, in tal senso emergeva il ruolo del cardinale Walter Kasper, e sempre fra gli uomini ‘ponte’ fra oriente e occidente va citato l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schoenborn. Non a caso questi ultimi due sono personalità particolarmente vicine a papa Francesco. Nell’ultimo tratto di strada ha lavorato anche il cardinale austriaco Kurt Koch, attuale responsabile vaticano del dialogo ecumenico.

Il deflagrare della crisi ucraina con le sue ripercussioni a livello globale hanno certamente rallentato i preparativi dell’incontro fra Francesco e Kirill. Tuttavia il papa ha avuto modo di incontrare per ben due volte, nel 2013 e nel 1015, il leader russo Putin (anch’egli di provenienza sovietica, ex Kgb), e con lui ha affrontato diversi dossier di rilievo, del Medio Oriente, dove la Santa Sede ha lavorato per un coinvolgimento della Russia per la soluzione delle varie crisi in corso, all’Ucraina.

Quest’ultima da problema è diventata soluzione, nel momento in cui Bergoglio ha tenuto un basso profilo rispetto alla contrapposizione nazionalista e religiosa inseme messa in campo da entrambe le parti in lotta. In questo è stato forse aiutato dal fatto che il combattivo leader della Chiesa greco-cattolica, Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev, anni fa aveva guidato la comunità greco cattolica di Buenos Aires dove era arcivescovo, neanche a dirlo, un certo Jorge Mario Bergoglio.

I rapporti fra patriarcato di Mosca e la Chiesa di Kiev (greco-cattolica), sono naturalmente ai minimi termini, ma i nuovi confini – ancora incerti e contesi militarmente – hanno anche posto uno stop alle polemiche sul proselitismo, mentre il tema è di nuovo quello di una piena libertà religiosa sia nella parte russa che in Ucraina.

Se insomma il tema dei cristiani quasi scomparsi dal Medio Oriente, fra persecuzioni, crisi sociale e migrazioni, sarà fra i punti sui quali cercheranno un’intesa Francesco e Kirill, la crisi ucraina con i suoi risvolti politico-religiosi, la libertà religiosa, i diritti umani, gli accordi internazionali ancora non applicati pienamente, non mancherà di essere trattata nella sala dell’aeroporto dell’Avana dove i due leader si riuniranno.

D’altro canto Bergoglio sa bene che Putin ha scelto di far leva sul patriarcato per alimentare un’identità nazionale smarrita e indebolita nei decenni successivi alla caduta del comunismo, la Chiesa ortodossa – da parte sua – ha dato il proprio appoggio al capo del Cremlino per riconquistare ruolo e prestigio; il papa argentino ha quindi consapevolmente voluto parlare con quella parte del mondo che veniva ‘naturalmente’ esclusa dagli ambiti decisionali internazionali. Costruire ponti significa appunto questo: dialogare e trovare accordi oltre le differenze.

Cuba in tal senso è il perfetto trait-d’union con Mosca, i rapporti fra i due Paesi non sono infatti mai venuti meno, e anzi lo spazio e la fiducia che si è conquistata la Chiesa sull’isola caraibica in ambito sociale con una strategia di collaborazione e dialogo con il regime, costituisce forse la prova generale per un ulteriore passo in avanti.

Secondo osservatori interni al mondo vaticano, infatti, la strategia messa in atto con il regime castrista potrebbe essere modello per le future relazioni con la Cina, Paese da sempre nel cuore dei gesuiti – da Matteo Ricci in poi – e terra promessa per una Chiesa cattolica in cerca di mondi da evangelizzare.

Ancora, non va dimenticato che Raul Castro ha ospitato e agevolato dal 2012 i lunghi colloqui fra governo colombiano e guerriglieri delle Farc le forze armate rivoluzionarie di Colombia (il più longevo movimento guerrigliero sudamericano, attivo dal 1964), sostenuti dal papa e dalla diplomazia vaticana e che sono stati appoggiati nel concreto anche dalla comunità di Sant’Egidio.

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