Tutta un’altra storia

Festa de l'Unità
2 settembre

In nome de l’Unità si fanno le feste, e migliaia di volontari rimontano la politica in migliaia di Comuni. C’è la conferma della dimensione più popolare e orizzontale della politica

Tra poco, nel pomeriggio, Matteo Renzi concluderà a Milano la festa nazionale, la festa delle feste (ma tante restano aperte, da Firenze a Bologna e altre apriranno anche nei prossimi giorni, in particolare al Sud tra Calabria e Sicilia). Inaugurerà al meglio l’anno politico più atteso e interessante degli ultimi anni. E l’anno inizierà in modo esattamente opposto a come, secondo alcuni più informati di tutti, doveva iniziare. Succede.

Può succedere che qualcuno faccia dei sogni e poi la realtà te li smonta. Può succedere, e quando succede tocca rassegnarsi. Ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori negli ultimi tempi. Una sfilza di titoli e di anticipazioni sul Pd e sul suo popolo di iscritti, militanti, simpatizzanti, elettori e curiosi. Toni piuttosto allarmanti di chi la sapeva più lunga di tutti, spesso tristissimi retroscena e cupi scenari. Con precisione matematica, ci hanno raccontato cosa sarebbe accaduto in questa calda estate che ha visto il ritorno nelle edicole e sul web de l’Unità, cosa di per sé politicamente non irrilevante per il suo ruolo nella trasformazione in corso dell’Italia e nella vita degli italiani, proprio quando sembrava una storia the end, ormai andata.

In suo nome si fanno le feste, e migliaia di volontari rimontano la politica in migliaia di Comuni. Doveva essere, questa, dunque, l’estate del paesaggio democratico sfregiato dalla parola “scissione” e dalla caciara, dal procedere alla rinfusa, dal crollo di partecipazione e di appeal. Il Pd, nella narrazione artificiale, doveva sbandare in una di quelle curve storiche bizzarre che avrebbe fatto sparire nell’improvvisazione il partito di massa e il sentiment di sinistra, intesa come ideali e valori e visione, ingoiati dalla torsione verso la subalternità alle proposte e alle politiche della destra.

Fuori dalle stanze del Governo, insomma, doveva esserci sabbia del deserto, e non un popolo, una struttura organizzata e capillare che costruisce e sa costruire consenso popolare. Invece qui è tutta un’altra storia. Non solo perché nel frattempo l’Italia si è mossa, e inizia ad uscire dalla più lunga notte della crisi. Non solo perché – circostanza che non ha meritato titoloni – il Pd nel frattempo si è arricchito con tanta sinistra parlamentare, mezzo partito di Sel, e ci sarà più di una ragione e anzi bisogna farsene una ragione. Ma anche perché, nell’entusiasmo nostro e di tanti frequentatori di questo strabiliante mondo delle feste de l’Unità, è bastato affacciarsi verso sera tra parchi, piazze e vari spazi all’aperto che si affollavano di gente per capire che aria tira, l’umore e l’orientamento del popolo democratico.

Per capire che la grande storia che oggi unisce le tante provenienze di una comunità politica non è per nulla evaporata tra gli stand, ma è quanto di più vitale, naturale e connaturato all’Italia che sta cambiando. Che tra le parole, i suoni, i colori, l’insieme dei linguaggi, le forme, le emozioni, l’infinità di dibattiti suscitati dalla lettera di Sergio Staino e dalla risposta di Gianni Cuperlo c’è la dimostrazione di quando sia corale la voglia di rimanere uniti.

Nel riconoscersi nelle serate dedicate anche a due martiri del nostro tempo come il grande archeologo difensore di Palmira Khaled Asaad e il piccolo naufrago Aylan, tra le migliaia di iniziative locali, tra i palinsesti degli spettacoli e dei concerti, tra le mappe enogastronomiche sia tradizionali che nella nuova forma dello street-food, e su tutto nel volti dei volontari, tra le migliaia di volontari che vi dedicano ferie ed energie, c’è la definizione di una identità forte nella stagione più social.

C’è la conferma della dimensione più popolare e orizzontale della politica, di una forma di rapporto rinnovato con milioni di cittadini, delle feste che sanno essere ancora potenti anticorpi e antidoti contro l’individualismo e presidio contro certi populismi gonfi di retorica. La realtà dei fatti, insomma, fortunatamente è testarda. Soprattutto oggi quando, alla sorpresa delle feste, se ne è appena aggiunta un’altra: la lista dei 549.196 italiani che hanno destinato il 2 per 1000 al Pd, certificando l’abolizione del finanziamento pubblico.

A tanti pareva anche impossibile affermare un modello di politica diverso dalle rimborsopoli di Stato (anche l’Unità ha rifiutato coerentemente ogni rimborso di Stato e, consentitemi lo spot, vive grazie a voi lettori), e la libertà di contrastare così l’antipolitica. Bisogna farsene una ragione, ma la verità spesso è a pochi passi da noi, tra le luci della festa nel parco sotto casa.

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