Tutta la verità sui risparmi della riforma costituzionale

Referendum
Deputati entrano in aula durante il seguito della discussione del disegno di legge di riforma della RAI e del servizio pubblico a Montecitorio,Roma,20 ottobre 2015.       ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI,

Il grande merito della legge Boschi è rendere più forte la democrazia

Uno degli argomenti utilizzati a favore della riforma costituzionale riguarda la riduzione dei costi delle istituzioni e della politica. Provo ad elencarli. Riduzione del numero dei parlamentari, 315 in meno perché i circa 100 senatori che rimarranno avranno anche la funzione di consigliere regionale o di sindaco, per la quale riceveranno un indennizzo. Il loro costo riguarderà i soli rimborsi. Oggi il costo di un senatore é circa 250.000 euro l’anno, che moltiplicato per 315 fa 78 milioni e 750 mila euro.

Il costo complessivo del senato, comprese tutte le strutture, è di 1 miliardo e 500 mila euro. Con la riforma i parlamentari passano da circa 950 a circa 730 (630 camera e circa 100 nuovo senato). I parlamentari diminuiscono del 20%, di conseguenza anche le strutture ad essi dedicate, ovvero quelle di camera e senato, potranno diminuire, nell’arco di qualche anno, attraverso pensionati o diverse allocazioni, almeno della stessa percentuale, quindi il 20% di 1 miliardo e 500 milioni sono 300 milioni di euro.

Penso, però, che questa valutazione sia per difetto, perché, se camera e senato andassero a costituire un’unica organizzazione, i risparmi legati a economie di scala, di scopo e di specializzazione, sarebbero ancora maggiori, come dimostrano le fusioni delle imprese private, delle società di servizi a rilevanza economica, oppure le fusioni dei comuni.

Il CNEL, consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che viene abolito, costa 20 milioni di euro all’anno. I consiglieri regionali non potranno guadagnare più del sindaco della città capoluogo di regione, questo comporta qualche decina di milioni di euro di risparmio. Le regioni non potranno più finanziare i gruppi politici dei propri consigli, nel Lazio sono state anche 14 milioni in un anno.

Alle provincie vengono ancora trasferiti circa un miliardo di euro dallo stato, con la riforma le province non saranno più presenti in Costituzione, ma non verranno recuperati 1 miliardo di euro, perché molte risorse sono già state tolte, a seguito della legge Delrio, e alcuni compiti specifici e il personale dovranno comunque passare alle regioni o ai comuni. Ci sarà comunque una riduzione dei costi, ma è difficile quantificarla.

Difficile anche quantificare i costi dei ricorsi in corte costituzionale, da parte sia dello stato che delle regioni, a causa delle materie “concorrenti”. Sappiamo, però, che dopo la riforma del titolo V del 2001 sono stati oltre mille, spesso diventavano una modalità di lotta politica per via giuridica tra regioni e stato di diverso colore politico.

Ancor più difficile è calcolare i danni dei corsi e ricorsi tra camera e senato sulle leggi finanziarie negli anni nei quali si è prodotto gran parte del debito pubblico. Il ping pong tra le camere é spesso diventato una scusa per gonfiare la legge finanziaria di continui emendamenti che avevano ragioni legate più al localismo clientelare che al bilancio dello stato.

La riduzione di questi costi è importante, ma non è il cuore della riforma costituzionale. Ha un valore di sobrietà ed esempio in un momento di difficoltà economica per le famiglie da una parte e dall’altra rispondono ad un sentimento popolare che non sopporta più sprechi e rendite di posizione.

Ma il tema cruciale è un altro. Il vero costo è quello delle possibilità non colte, di quello che non siamo stati in grado di decidere e di fare.

La riforma costituzionale ha la funzione principale di mettere il governo nelle condizioni di svolgere il proprio ruolo e rispondere alle domande dei cittadini. Non cambia la forma di governo che rimane parlamentare. Per la cronaca le altre forme di governo democratico conosciute sono il presidenzialismo, il semi presidenzialismo e il premierato. Ma, all’interno della forma di governo parlamentare, vengono rafforzati gli elementi maggioritari, quelli che favoriscono la stabilità dei governi e la loro possibilità di portare avanti le politiche pubbliche.

Un governo capace di decidere rende anche la democrazia più forte. Questo non significa ridurre i controlli e garanzie, anzi vanno rafforzati, ma nella logica della trasparenza e del rispetto dei reciproci ruoli, non dei continui veti incrociati che lasciano immobili i problemi e mobile la libertà dei privilegiati di fare quello che vogliono.

I pericoli di autoritarismo ci sono quando le istituzioni non sono in grado di svolgere la loro funzione, quando tutto è permesso e nessuno rispetta le regole.

Lo aveva chiaro già Platone quando, nel dialogo la Repubblica, parlava della ciclicità delle forme di governo e ben evidenziava come la democrazia degenerata aprisse alla tirannide, una libertà senza regole si traduce nella peggiore schiavitù: “In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia”. Per ridare forza alla democrazia dobbiamo ridare credibilità alla politica e per farlo i governi devono essere in grado di decidere e fare.
(Responsabile attuazione del programma PD Toscana)

 

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