Turchia al voto il primo novembre, una data simbolo per il popolo turco

Esteri
In un frame il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si ferma durante una passeggiata in una strada pedonale del distretto di Esenler, davanti ad un caffè con sala-veranda al secondo piano, per apostrofare un uomo che stava fumando, Istanbul, 3 novembre 2014. ANSA/YOUTUBE.COM ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Il primo novembre si voterà per il nuovo parlamento. Ma lo scontro in realtà è un referendum. Un quesito sulla vocazione autoritaria di Recep Tayyip Erdogan.

Il primo novembre del 1922 il sultanato dell’impero Ottomano fu abolito. Per il primo novembre del 2015 il presidente della repubblica turca Recep Tayyip Erdogan ha convocato delle elezioni anticipate per sbloccare la situazione politica, impantanatasi dopo che alle elezioni dello scorso 7 giugno nessuno dei partiti era riuscito a ottenere la maggioranza assoluta in parlamento. La data è simbolica e importante.
L’obiettivo di Erdogan è insediare un parlamento capace di ratificare il suo disegno strategico, cioè quello di modificare la costituzione turca in senso fortemente presidenziale e mettere a capo di essa se stesso, un presidente con pieni poteri. Erdogan non ha in testa una restaurazione del sultanato, certo: ma il suo profilo di leadership carismatica corrisponde alla perfezione a quello di un sultano della repubblica.
Ce la farà? I sondaggi dicono che le intenzioni di voto dei turchi non sono sostanzialmente cambiate rispetto a pochi mesi fa. Quello che è cambiato radicalmente però è lo scenario politico interno e internazionale. Alle scorse elezioni la novità è stata l’ascesa di Selahattin Demirtas, leader curdo del partito democratico del popolo (Hdp): un partito capace di coniugare la storica rivendicazione autonomista curda con le aspirazioni di libertà e apertura venute fuori dal movimento di Gezi Park.
Demirtas è riuscito ad allargare la base del consenso tradizionale curdo con una proposta che parla all’intera società e ha superato l’altissima soglia di sbarramento del 10 per cento. Il suo successo – erodendo voti da una parte al partito di Erdogan (che ha goduto di un seguito tra i curdi), dall’altra al suo storico oppositore, il partito repubblicano (molti giovani stanchi dei suoi riti burocratici) – ha scosso il sistema politico turco, bloccando di fatto il piano di Erdogan: far conquistare al suo partito (Akp) la maggioranza assoluta, fargli cambiare la costituzione e poi sedersi al capo dello stato con un nuovo impianto istituzionale.
Molti, dopo le elezioni, si erano chiesti come Erdogan sarebbe uscito dall’angolo. La risposta è arrivata qualche settimana fa. Dopo aver a lungo temporeggiato, la Turchia ha raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per creare una zona cuscinetto al confine con la Siria e respingere indietro di almeno 60 miglia i militanti dell’Isis, autorizzando gli americani a usare anche la base strategica di Incirlik, nel sud est del paese. Lo stesso giorno, però, gli aerei dell’aviazione turca si sono alzati per sparare sui militanti del partito dei lavoratori curdo, il Pkk – una delle forze che ha più combattuto contro gli estremisti islamici dell’Isis – riaccendendo un conflitto che ha fatto più di 40 mila morti dagli anni ottanta a oggi ma era arrivato un passo dalla risoluzione quando – a marzo – il leader Abdullah Ocalan ha chiesto dalla prigione in cui è rinchiuso di mettere fine alla guerra contro la Turchia e di proseguire la battaglia curda con gli strumenti non violenti della democrazia.
Dunque, la Turchia combatte l’Isis e allo stesso tempo combatte il Pkk, uno dei più efficaci nemici dell’Isis. È un paradosso: ma è un paradosso che ha una logica. Ricalca alla lettera la frase di Carl von Clausewitz, «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi». Perché riaprendo la guerra con i curdi – che ha già ucciso decine di uomini delle forze armate turche e secondo le autorità 750 militanti del Pkk – Erdogan sta giocando una partita politica tutta interna: indica un nemico contro cui scagliarsi, chiamando la nazione turca a stringersi intorno a sé; e addita l’uomo che ha scombinato i suoi piani presidenzialistici – il curdo Demirtas, appunto – come complice dei nemici della patria, con il proposito di fargli perdere più consensi possibile.
Demirtas ha capito il gioco di Erdogan e sta cercando di non finire in trappola. Ha fatto appello al Pkk di deporre le armi, mettere fine alla violenza, non rispondere con la forza alla forza. Di più: si è fatto vedere – con un gesto fortemente emotivo – a casa di Abdullah Araz, uno dei militari turchi uccisi a inizio agosto dal Pkk. L’ha chiamato fratello e martire, e ha detto che la pace è l’unico modo che hanno turchi e curdi per smetterla di seppellire i cadaveri dei loro giovani.
Sono simboli. E tutti li maneggiano nella Turchia che sta andando al voto anticipato circondata da una guerra. Non c’è niente di più redditizio e insieme pericoloso. Il primo novembre si voterà per il nuovo parlamento. Ma lo scontro in realtà è un referendum. Un quesito sulla vocazione autoritaria di Recep Tayyip Erdogan.

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