Servizi pubblici, via alla turboriforma

Riforma PA
Il ministro della P.A. Marianna Madia a Palazzo Chigi durante la conferenza stampa, Roma, 21 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

I decreti attuativi della legge Madia impongono finalmente dismissioni, controlli e obblighi. Si chiude l’era delle finte scadenze

Qualche volpone proverà a farla saltare, proporrà clausole di salvaguardia e cavilli per rinvii, farà scattare piagnistei e resistenze di ogni genere e anche qualche sciopero, ma in questo secondo tempo del governo, dopo due anni che sembrano venti, i parlamentari posso inserire il turboriformismo per varare la storica riorganizzazione dei servizi pubblici locali che in molte regioni italiane, e soprattutto da Roma in giù, sono un panorama di sfacelo, bassezze morali e sprechi altroché servizi ai cittadini.

Strombazzata da quarant’anni, la nostra archeologica pubblica amministrazione è alla svolta della legge che porta la firma del ministro Marianna Madia, e tra gli 11 decreti attuativi che navigano nelle commissioni parlamentari c’è la nostra rivoluzione d’ottobre con l’obiettivo di riformare tutto e far diventare lo Stato un regolatore e un ringhioso “cane da guardia” controllore di gestori e fornitori di servizi pubblici efficienti, trasparenti e moderni, messi a gara ad evidenza pubblica e vinca il migliore.

Era l’ora dell’addio all’Italia ultimo paese sovietico d’Europa, zavorrata da un magma unico al mondo con 8.176 società pubbliche (ma il dato ha margini di incertezza), con buchi nerissimi tramandati da decenni di spesa pubblica fuori controllo. Era l’ora di iniziare a fare sul serio per disboscare col machete la giungla che pompa da sempre debito pubblico ed ha resistito ad ogni (annuncio di) spending review, invito a razionalizzare e risparmiare, ad aggregarsi e fare sinergie. I decreti attuativi impongono finalmente dismissioni, controlli severi, obblighi e termini allo Stato centrale e a tutte le articolazioni territoriali, chiudendo l’era delle finte scadenze platealmente ignorate e finite nell’elenco delle occasioni perdute. L’ultima beffa è del 31 ottobre 2015, data definita “inderogabile” per chiudere 3.570 municipalizzate e partecipate, le più inutili e in perdita, a ancora salvate. E il costo lo paghiamo noi. Nella sola Roma nel guado elettorale, sono saltati fuori 13,6 miliardi di debito straordinario anzi di “buffi” (la sola Atac ancora comunale ne ha accumulati quasi 2) con un disavanzo strutturale annuo di 1,2 miliardi per la malagestione delle controllate, e con tasse alle stelle per i romani per il piano di rientro.

Non ci sono più alibi. Non c’è più nulla dell’orgoglioso statalismo dei primi ripubblicizzatori socialisti e cattolici come Giovanni Giolitti, Giuseppe Zanardelli, Filippo Turati, Andrea Costa, Luigi Sturzo, Giovanni Montemartini. Centotrè anni fa presero a riferimento soprattutto i politici inglesi, anche se i loro eredi con la Lady di ferro dei Tories Margaret Thatcher prima e il leader laburista Tony Blair poi, di fronte alla crisi economica aprirono al mercato e sono da tempo i più convinti privatizzatori del mondo ma con le migliori performances e le migliori Autority pubbliche e indipendenti. In una penisola con povertà dilagante e industrialmente all’anno zero, vollero misurare civiltà e progresso dall’universalità e gratuità dei servizi essenziali e nel 1903 riuscirono a far dichiarare per legge la statalizzazione di lavatoi e forniture di gas, farmacie e bagni pubblici, tramvie e acquedotti e centrali del latte. Era il “socialismo municipalistico” a tutela dei ceti popolari. La resistenza delle élite fece sì che solo pochi Comuni riscattarono le gestioni private, e la Commissione Reale autorizzò la nascita di appena 197 aziende speciali tra il 1904 e il 1924. Il fascismo attenuò il ricorso al municipalismo, e le gestioni comunali in house ripresero fiato nel secondo dopoguerra, creando anche imprese pubbliche di grande successo con un know-how di eccellenza che ritroviamo oggi nelle multiutilities e nelle quotate gestite con logica industriale e non clientelare.

Oltre un secolo di storia però è passato e quella visione alta e nobile è diventata l’alibi per tenere a galla migliaia di aziende decotte e appesantite da collassi finanziari, idrovore che hanno succhiato risorse dai bilanci comunali o regionali o provinciali per ripianare debiti, molte delle quali passate dalla cronaca per una incredibile scandaleide, ma sempre difese in nome del “bene comune”. L’ex commissario Cottarelli ne contò 3.035 con più amministratori che lavoratori (media 5 addetti) e 2.093 che non avevano nemmeno dichiarato il numero dei dipendenti, scatole vuote e finte aziende senza piani industriali ed economico-finanziari. La festa è finita, ogni ente dovrà definire i suoi tagli e in un anno cedere le partecipate che non rispettano i criteri, e chi non presenterà annualmente il piano di “razionalizzazione, fusione o soppressione” pagherà una sanzione tra 5.000 e 500.000 euro. I controlli sono affidati all’Unità di controllo istituita all’Economia, con supervisione di Palazzo Chigi, che dovrà censire e tagliare, se non lo faranno prima gli enti locali. Dovrebbero però iniziare subito a dare il buon esempio fondendo tre Spa triploni che svolgono le stesse attività: Sogesid (Ambiente), Invitalia AP (Sviluppo economico) e Studiare Sviluppo (Tesoro). E dovrebbero far sparire dai bilanci pubblici e metterne sul mercato circa 2.500 che non hanno nulla da spartire con i servizi pubblici: un prosciuttificio, 5 enoteche, 12 distributori di benzina, una settantina tra negozi ed esercizi di commercio, 112 aziende del magazzinaggio, 550 società scientifiche o di architettura o pubblicità e ricerche di mercato, la compagnia assicurativa del Campidoglio, centinaia di farmacie comunali in gran parte le uniche al mondo in perdita, 4 casinò municipali (Sanremo, Venezia, Campione d’italia e Regione Valle D’Aosta) con gli unici biscazzieri di Stato in rosso. E ben 28.000 pacchetti azionari, dalle centrali del latte ai parcheggi. Tra i decreti attuativi c’è oggi l’obbligo di alienazione di doppioni e inattive, di quelle sotto il milione di euro di fatturato e in perdita da 4 esercizi negli ultimi 5 anni, e con produzioni “non riconducibili a un interesse generale”. Le nuove società derivanti da fusioni dovranno essere Spa o Srl, niente più consorzi o cooperative. Con Cda da 3 a 5 membri o un amministratore unico, e via a circa 15mila poltrone dei 26.500 amministratori pubblici. Per i 500 mila dipendenti in esubero, calcolati da Cottarelli, è prevista la mobilità da gestire sul modello Province, con clausole di salvaguardia sulle ricollocazioni.

Cosa manca nella riforma? Se l’obiettivo finale è quello delle mille società pubbliche in tutto il Paese, occorrono norme inequivoche per dare un’accelerata ai processi di aggregazione industriale su scala almeno regionale per trasporti, acqua, energia, rifiuti, con meccanismi di premialità per gli enti locali. E la parola fine alla subalternità psicologica ai principi burocratici di Bruxelles in materia, mai rispettati nel resto d’Europa, in particolare in Germania e Francia, e invece rispettati ossessivamente in Italia.

 

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