Trump, la costruzione del conflitto con la stampa e i musicisti

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epa05288933 Republican presidential candidate Donald Trump (C) smiles while addressing his supporters on the eve of his victory in the Indiana Republican presidential primary in the lobby of Trump Tower in New York, New York, USA, 03 May 2016. Donald Trump won the Republican presidential primary in Indiana, and as a result Texas Senator Ted Cruz suspended his presidential campaign.  EPA/JUSTIN LANE

Trump ha soldi e idee chiare, anche se inusuali: i democratici dovrebbero stare attenti a non sottovalutarlo

Sta trasformando il litigio in arte, come l’insulto. Donald Trump sta facendo la propria campagna elettorale usando la tecnica, già sperimentata, della “costruzione del conflitto”. Ogni occasione è buona per inscenare, se possibile, epici scontri con l’avversario diretto altrimenti la sua immensa “verve” polemica si misurerà con il mondo intero. I giornalisti sono tra le categorie che lo ispirano di più anche perché, questi, rilanciano contribuendo così a creare i tormentoni che il candidato repubblicano ama tanto.

L’ultima trovata è consistita nel bandire i giornalisti dell’Washington Post dal seguire la sua campagna, accusando il giornale di aver dimostrato di essere “falso e disonesto”. Al centro la strumentalizzazione dei fatti di Orlando e il tentativo di utilizzarli per favorire Obama e i democratici, ha sentenziato Trump su Facebook.

Apriti pagina. Marty Baron, direttore del quotidiano di Jeff Bezos che sembra abbia più di n conto aperto con il candidato miliardario, ha risposto per le rime: «questa decisione non è altro che il ripudio del ruolo di una stampa libera e indipendente».

È seguito il classico non ci faremo intimidire (noi giornalisti, amiamo molto questo vezzo) e la sottolineatura del fatto che il giornale «continuerà la copertura su Donald Trump come ha fatto dal principio: in maniera onorevole, onesta, accurata, energica e determinata». Da qui all’autunno registreremo, ancora, le lamentazioni, le proibizioni e gli allarmi di Trump, prima di arrivare, “come nella boxe” (andrebbe riletto un piacevole pamphlet del semiologo Omar Calabrese) al corpo a corpo con l’avversaria.

Trump ha soldi e idee chiare, anche se inusuali: i democratici dovrebbero stare attenti a non sottovalutarlo. Come fecero qualche decennio fa, in Italia, tanti fieri democratici con Berlusconi. I giornalisti, peraltro, non sono i soli ad arrabbiarsi per le sue scorrettezze.

I gruppi musicali sono finiti ormai nell’hit-parade dopo che anche Brian May, chitarrista dei ‘Queen’, gli ha contestato di avere abusato delle note di ‘We Are the Champions”, in occasione delle Primarie. Lo avevano già fatto altri gruppi e cantanti come i R.E.M, Adele e i Rolling Stones. Non ama rispettare i diritti degli artisti. Come dei messicani. È fatto così.

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