Benedetto Croce,Trump e noi

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L’altro giorno a Palazzo Strozzi, all’Istituto di Studi sul Rinascimento a Firenze, veniva presentato il bel volume delle opere di Benedetto Croce dedicato a “Etica e politica”, curato da Alfonso Musci (Bibliopolis Edizioni)

Era inevitabile che negli interventi si evocasse la rappresentazione che Croce diede del fascismo come una «malattia morale», una «parentesi» nella continuità della storia civile d’Italia. Quella interpretazione, come si sa, sollevò molte e sentite obiezioni. Si rimproverò a Croce di aver voluto, minimizzando il legame fra il fascismo e la parzialità dello Stato liberale che l’aveva preceduto, minimizzare sulla propria personale indulgenza verso il primo fascismo. All’opposto della tesi sul fascismo come una parentesi era stata l’idea di Piero Gobetti: per lui il fascismo (delle origini, dal momento che scriveva nel 1923 e sarebbe morto venticinquenne nel 1926) era stato una rivelazione della storia d’Italia, l’autobiografia di una nazione che non aveva conosciuto una vera rivoluzione, nella Riforma cristiana né nel Risorgimento.

Croce aveva impiegato la metafora della parentesi nel momento in cui il regime fascista cominciava a disfarsi. Più tardi, in un clima politico meno militante, parecchi studiosi hanno sottolineato come Croce avesse fatto ricorso a quelle immagini (il morbo morale, la parentesi) negli interventi giornalistici e politici più che nei più meditati scritti storici, col fine di riabilitare il ruolo dell’Italia nel mondo del dopoguerra e di tutelarla da una umiliazione esorbitante da parte dei vincitori, e intanto di avvertire come il fascismo fosse stato un fenomeno internazionale. Croce aveva infatti sostenuto la sua tesi per la prima volta sul New York Times, il 14 ottobre 1943: “Il fascismo come pericolo mondiale”.

Là scriveva che i miti in voga al trapasso fra Ottocento e Novecento, superomismo e nostalgia assolutista e rivoluzionarismo marxistico, non avevano avuto la forza «di turbare il senno e l’e quilibrio politico italiano /…/ e nessuno di essi sarebbe prevalso se non fosse intervenuta la guerra del 1914, che fornì il materiale umano, o, come si dice, la “massa di manovra” al fascismo, e ne preparò le condizioni politiche propizie». Dunque era stata la grande guerra a far deragliare il senno italiano, e a incubare nel fascismo «non un morbus italicus, ma un morbo contemporaneo che l’Italia per prima ha sofferto e sul quale può istruire gli altri popoli con le sue dolorose esperienze».

È curioso che in questo primo scritto la metafora della parentesi venisse applicata da Croce non al fascismo ma alla guerra: «Certo la parte eletta dei combattenti non si comporto a questo modo, e, chiusa la lunga parentesi della guerra, ripigliò con fervore gli studi interrotti, le opere cominciate e gli uffici ai quali aveva atteso da giovane, e similmente i contadini che tornarono ai loro campi…».

Intervenendo nel luglio 1947 all’Assemblea Costituente per rifiutare la firma a un trattato di pace ritenuto inutilmente punitivo, Croce ribadiva che «cosa affatto estranea alla sua /dell’Italia/ tradizione è stata la parentesi fascistica, che ebbe origine dalla guerra del 1914, non da lei voluta, ma da competizioni di altre potenze, la quale, tuttoché essa ne uscisse vittoriosa, nel collasso che seguì dappertutto, la sconvolse a segno da aprire la strada in lei alla imitazione dei nazionalismi e totalitarismi altrui».

L’esorcismo della storia messa fra parentesi

Nel dopoguerra la controversia si inasprì piuttosto che attenuarsi, perché la tesi della parentesi ora non riguardava più solo né tanto la continuità fra l’Italia liberale prefascista e il fascismo, ma, all’altro capo, la continuità fra il regime fascista e l’Italia repubblicana. Si capisce: una parentesi può indicare qualcosa di grave, magari gravissimo, e tuttavia inessenziale, qualcosa che si apre e che si chiude. (A scuola avevamo sempre un compagno che non si ricordava mai di chiudere le parentesi e diventava la dannazione dell’insegnante). Parentesi chiusa, si dice: e così si intendeva che fosse del fascismo. Non poteva contentarsene l’antifascismo più rigoroso e consapevole delle radici profonde e illese che l’illibertà fasciste aveva nella società e soprattutto nell’apparato statale italiano. Però in quella formula della parentesi c’era e c’è un’accezione più generica e condivisa, un desiderio, un auspicio intimo e consolatorio, che la parte ripudiata della storia, pur tradotta in un lungo dominio –un ventennio, nel caso del fascismo- fosse e sia estranea al vero corso della storia, al suo senso, dunque destinata a esserne finalmente superata e accantonata.

“Non praevalebunt”, era l’esortazione di fondo di Croce, ha ricordato nella discussione fiorentina il professore di politica, oggi parlamentare democratico, Carlo Galli. Non praevalebunt, aggiungo, è un altro modo, incoraggiante appunto, di ammettere che intanto hanno prevalso, stanno prevalendo: gli altri, gli avversari, i nemici, quelli del morbo morale o dell’autobiografia di una nazione incompiuta.

Lo stesso Croce, abbiamo visto sopra, aveva menzionato con naturalezza “la parentesi della guerr a”, che a sua volta avrebbe imposto di stabilire se fosse stata una parentesi o una rivelazione della storia d’E u ro p a e del mondo. Croce ne era così persuaso, quanto all’Italia, che aveva fermato al 1915 la sua Storia d’Italia dal 1871 al 191 5 , concedendole un anno supplementare rispetto al 1914 della “cesura drammatica della prima guerra mond i a l e”, di cui recita il risvolto della ristampa Adelphi.

La parentesi berlusconiana e quella trumpiana

Ora noi siamo abituati a mettere fra parentesi, a condannare alla reclusione fra due parentesi, ciò che temiamo, detestiamo e sentiamo come pressoché inspiegabile e insensato tanto delle nostre vite personali –le malattie soprattutto, appunto- quanto delle nostre vicende collettive. Noi, se non siamo stati berlusconiani, al contrario, diciamo: “la parentesi berlusconiana”. Lo dicevamo quando era ancora aperta e, come quella dello scolaro renitente, nessuno avrebbe saputo dire se e quando si sarebbe richiusa. La parentesi berlusconiana è durata anche lei molti anni –con intermittenze, le parentesi dei governi Prodi e poco più, ma in questo caso parentesi voleva dire proprio la durata breve e pressoché incidentale, e così ci prepariamo a parlare della parentesi Renzi.

La parentesi berlusconiana è stata vissuta per lo più dai suoi avversari non come un fenomeno di alternanza politica e governativa, ma come l’irruzione di un corpo estraneo nella normalità politica, come una recidiva malattia morale. Lo era stata già il Partito Socialista di Bettino Craxi, benché la formazione di lui fosse la più tradizionalmente politica, della politique politicienne, che si potesse richiedere. Con Berlusconi il corpo estraneo si fece estraneo fino alla caricatura e, complementarmente, all’oltraggio.

Senonché la politica e la vita pubblica in generale non fanno altro che riprodurre corpi e modi estranei, di durata e successo alterno e comunque capaci di prendere il campo. Dopo il Craxi così inteso («un cinghiale entrato nella vigna del Signore», come diceva Leone X di Martin Lutero nella sua Bolla di scomunica) e Berlusconi, è venuto il corpo estraneo di Beppe Grillo –a non voler considerare i numerosi attori e pagliacci minori, pure per lunghi momenti in grado di far la faccia dell’orco e spaventare i bambini. Davanti al successo esoso dei 5 stelle ci si è chiesti, chi non inclinava a imbarcarvisi, «quanto sarebbe durata la parentesi dei grillini».

Ce lo si è richiesto a Roma dopo il trionfo della sindaca Raggi: «Quanto durerà la parentesi della sindaca Raggi?» –qualcuno si è illuso che potesse durare un mesetto sì e no, poi è sceso il silenzio. Adesso tutto ciò ha preso una portata mondiale: “La parentesi Donald Trump”. Un corpo più estraneo di così era difficile da immaginare, tuttavia qualcuno l’aveva immaginato, e soprattutto si era immaginato lui. Noi no, noi non abbiamo voluto. Non erano i sondaggi a sbagliare, eravamo noi. «Non ci posso credere!», è questa la reazione di noi, quelli dalla parte normale della storia, dalla parte del senso e della ragione, dentro le strade, fuori dalle parentesi. Trump ha prevalso, dunque è di nuovo il momento di dire: «Non praevalebunt!». È una parentesi, è incredibile che si sia aperta, prima o poi si chiuderà. E potremo ricominciare da dove eravamo arrivati. Heri dicebamus… Ma dove eravamo arrivati? Che cosa cazzo dicevamo ieri?

La Brexit, Trump e i prossimi casi di ubriachezza molesta

Ho fatto qualche osservazione del genere, quasi per scherzo, all’incontro dell’altro giorno su Benedetto Croce e l’edizione critica di Etica e politica. Oltretutto l’ambiente si prestava. Era la sala adiacente al salone più grande in cui si leggono e consultano i libri della Biblioteca del Rinascimento, al terzo piano di Palazzo Strozzi. Uno di quei posti meravigliosi e poco frequentati di cui l’Italia e perfino Firenze è ancora piena, dove si può andare, specialmente se piove, gratis, e sfogliare riviste, arrampicarsi lungo gli scaffali, o semplicemente guardare fuori dall’alto dei secoli.

Gli oratori del nostro incontro erano seduti davanti a una pala di Cosimo Rosselli raffigurante la Madonna col Bambino e Santi, e insomma tutto sembrava dar ragione alla scommessa di Croce sull’Italia turbata bensì da improvvise deflagrazioni magari importate da fuori ma alla lunga salda sul senno e l’equilibrio della sua storia civile. Un luogo in cui anche l’arredamento vale a riscattare uno spirito di élite mortificato da una cronaca becera. Del resto non è forse questa la discussione che furoreggia dopo l’elezione di Trump?

Se si sia così rivelata una vera e sommersa anima americana appena scalfita dalla parentesi di Barack e Michelle Obama, o se si tratti piuttosto di un sia pur colossale incidente, un po’ come per la Brexit nel Regno Unito, una di quelle sventatezze che prendono un popolo, o la sua maggioranza regolamentare, verso un certo giorno, e il giorno dopo lo costringono a svegliarsi con la testa pesante e il cuore pentito? Noi italiani, un po’ per il senno e l’equilibrio, un po’ per la parentesi berlusconiana, siamo i meglio piazzati per soccorrere i tramortiti americani. E infatti il giorno dopo un editoriale sul New York Timess firmato da Luigi Zingales spiegava “Il modo giusto per resistere a Trump”: «Ora che Trump è stato eletto presidente, il parallelo con Berlusconi può offrire una lezione importante su come evitare che una vittoria di stretta misura si trasformi in un guaio ventennale ».

“A two-decade affair”. Un’altra parentesi di vent’anni, prima che il mondo ricominci a girare nel verso giusto, quello della storia, il nostro. È come con le guerre, che per definizione sono delle parentesi, anche le più tragiche: cominciano, anzi scoppiano, come i temporali, e bisogna aspettare che finiscano, come i temporali. Delle parentesi nella storia pacifica del genere umano. Ogni tanto, quando fra una guerra e la prossima l’intervallo è troppo breve, la storiografia si rassegna a cambiare passo e la chiama come un’unica lunghissima guerra europea, con l’inter – vallo di una pace precaria, in cui la guerra interrotta nel ‘18 ha un ventennio per incubare la guerra prossima. Revisioni della storiografia a parte, noi continuiamo a dirci che la storia ci ha fatto un altro tiro mancino, ha aperto una nuova parentesi, e comunque passerà. Prima o poi. Non praevalebunt.

I più attempati di noi, fra sé e sé, si dicono che, salvo un impeachment o un altro imprevisto, dopo aver visto arrivare la parentesi di Trump non avranno il tempo di vederla chiudersi. Nel breve periodo siamo morti. «Noi italiani, che abbiamo nei nostri grandi scrittori una severa tradizione di pensiero giuridico e politico, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato /il trattato di pace/, perché dovremmo approvare ciò che sappiamo non vero e pertinente a transitoria malsania dei tempi: il che non ci si può chiedere» (così Benedetto Croce). Ci sono anche dei momenti in cui noi, “noi”, ci chiediamo se forse non siamo noi, la nostra parte, il nostro senso della storia, a trovarci sempre più stretti dalla transitoria malsania dei tempi dentro una parentesi che si vuole chiudere. Ci vuole chiudere.

 

 

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