Tre zero per Renzi, tre occasioni da non perdere

Economia
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la firma nella sede della Regione Toscana di un accordo di programma per l'area costiera di Livorno, Firenze, 8 maggio 2015.
ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

I fondamentali finanziari sembrano darci una mano. Ma il governo deve fare in fretta per sfruttare la situazione

È lo zero il numero su cui deve puntare Matteo Renzi per uscire dall’impasse. E non parlo, evidentemente, di come vivacchiare tra una ripresina economica e qualche buona notizia sul fronte occupazione. Si tratta piuttosto di cogliere al volo una irripetibile congiunzione astrale dei fondamentali finanziari.

Innanzitutto, è lecito attendersi che i tassi d’interesse non restino appunto a zero per molto tempo ancora. Quando la Fed americana in autunno deciderà di modificare la sua accomodante politica monetaria, aumentando il costo del denaro, gli effetti benefici del Quantitative Easing della Bce diverranno più flebili. E questo significherà un maggiore onere del debito per un paese come l’Italia dove l’equazione fondamentale da risolvere ogni anno è semplice: pagamento degli interessi meno avanzo primario (entrate meno spese). Più è caro l’indebitamento, meno risorse ci sono per la crescita. E se l’esecutivo intende ridurre le tasse sulla casa usando i margini di deficit con l’Europa, è chiaro che deve agire subito prima che la voce ‘interessi’ aumenti. Altrimenti sarà tutto inutile.

Un altro zero che gioca a favore del governo è quello dello spread. Grazie alla parziale soluzione della crisi greca e alla tenuta dell’euro, i mercati sono tornati tranquilli, di conseguenza il differenziale di interesse tra Btp e Bund a dieci anni è destinato a scendere sotto quota 100 e appiattirsi ancora di più. Questo significa che potremo competere con la Germania ad armi pari almeno per quanto riguarda i costi di rifinanziamento dei titoli di stato. Già una volta è andata sprecata questa occasione. Tra il 2001 e il 2008 lo spread era zero tra tutti i bond sovrani ma le riforme le ha fatte solo Berlino (del lavoro e del credito) mettendosi in sicurezza per i tempi brutti, puntualmente arrivati nel 2009. Né Roma, né Parigi, né Madrid, né Atene hanno mosso un dito riformatore in quegli anni e ancora oggi ne pagano le conseguenze. Le riforme si devono fare proprio quando le cose vanno bene e i fondamentali sono buoni, avendo il coraggio di scelte impopolari senza temere il dissenso sociale. È quello che deve fare il premier oggi e non domani.

La terza opzione zero per Renzi è quella più difficile e urgente allo stesso tempo. Azzerare ogni tipo di tolleranza nei confronti del degrado culturale in cui sta scivolando il paese. Quello che sta accadendo a Roma è solo la spia di uno scollamento generale. Oggi è il New York Times a criticarci per come è ridotta Roma. Domani gli stessi interrogativi magari se li porrà il Financial Times, scoraggiando chi volesse investire in Italia. Il danno sarebbe enorme e molto più incisivo di qualsiasi bocciatura di un’agenzia di rating.

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