Il penoso tentativo di Travaglio di infangare Zingaretti (e coprire Muraro)

M5S
Marco Travaglio al convegno "Partiti per le tangenti", Milano, 20 ottobre 2014. 
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Il Direttore del Fatto Quotidiano accusa il sistema informativo di disparità di trattamento

Due pesi, due misure. In sintesi è questo che si legge nell’editorialeIl segreto di Zingarella”, pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano, in cui Marco Travaglio lancia una pesante accusa contro il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

Ma cos’è che non è stato digerito?

In sintesi il direttore accusa il sistema informativo, di cui fa parte, di aver messo in atto una disparità di trattamento: “Fra chi da due anni si ritrova su giornali, tv e siti sotto le insegne poco onorevoli di Mafia Capitale, e i 116 che ci sono finiti solo ieri, con spazi ben più ridotti e sotto titoli molto meno infamanti che li associano a una richiesta di archiviazione“.

Va ricordato che la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per un gruppo di 116 persone, tutte finite nel registro degli indagati della maxinchiesta su Mafia Capitale. Tra queste anche il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, tirato in ballo da Salvatore Buzzi per una serie di fatti in cui si configuravano la turbativa d’asta e la corruzione. Dalle indagini non sono emerse conferme e la procura ha quindi chiesto l’archiviazione degli atti.

Ma per Travaglio, Zingaretti avrebbe ricevuto un trattamento diverso dall’assessore Paola Muraro “lapidata dai media manco fosse Totò Riina”.

Tutto, viene snocciolato nell’editoriale, dipende dal certificato “nessun indagine a carico” che i 5 stelle chiedono a chi si candida. Questa basterebbe a dimostrare “che sono diversi” dagli altri partiti.

E’ chiaro, quindi, il motivo per cui  “nessuno sapeva e nessuno ha scritto un rigo: Zingaretti non ha ricevuto l’avviso di garanzia e quindi la sua indagine non è diventata pubblica, mentre la Muraro ha chiesto con l’articolo 335 del codice di procedura penale, l’attestazione di eventuali indagini e per questo ha saputo di essere indagata.

Purtroppo, però, per la Muraro (e ancor di più per Travaglio e il Fatto) nonostante l’assessore fosse stato a conoscenza dell’indagine ha negato per giorni e giorni alla stampa di sapere qualcosa. Per essere precisi ha mentito per ben due volte anche al Fatto Quotidiano. Tanto da spingere lo stesso Travaglio a chiederne le dimissioni. E la bugia ha coinvolto anche il sindaco Virginia Raggi. E non finisce lì. L’omertà ha coinvolto anche i vertici pentastellati: Luigi Di Maio, informato da una mail inviata da Paola Taverna non ha detto nulla.

Probabilmente è solo per questo che i Cinquestelle, paladini della trasparenza e dell’onestà occupano paginate e paginate di giornali. Non a caso il Direttorio è stato praticamente azzerato e Beppe Grillo è tornato leader e capo politico a tutti gli effetti.

Alla fine Travaglio si lamenta dei colleghi: “I giornalisti scatenati per mesi all’inseguimento di Raggi, Taverna, Di Maio, Di Battista & C. avrebbero dovuto fare altrettanto con Renzi, Boschi, Orfini e Serracchiani: ‘Lei sapeva? E da quando? E perché non ha detto né fatto nulla? Un indagato per Mafia Capitale non si deve dimettere? Ma allora siete come gli altri?’. Invece la notizia esce solo adesso, in trafiletti invisibili, dove il fatto non è Zingaretti indagato, ma Zingaretti scagionato“.

E dispensa un consiglio ai partiti: “O tutti partiti chiedono ai loro candidati di esibire il certificato di nessuna indagine a carico e lo rendono pubblico qualunque notizia contenga; oppure si dà accesso alla stampa, almeno quando si tratta di personaggi pubblici“.

Ma il punto rimane sempre lo stesso: il problema è la menzogna perpetrata all’opinione pubblica. E questo Travaglio lo sa benissimo.

 

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