Travaglio impagabile solista che rifugge al faccia a faccia

Il Fattone
Da sinistra i giornalisti Marco Travaglio, e la conduttrice Lilli Gruber, con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, negli studi di 'Otto e Mezzo' a la 7, 22 settembre 2016 a Roma. ANSA / MASSIMO PERCOSSI

Travaglio come il Berlusconi delle origini, e come Beppe Grillo: impagabili come solisti, rifuggono però il faccia a faccia, che pure è l’essenza della democrazia

“Travaglio, sono qui! Oh, sono qui!”: il punto più alto (e più emblematico) del dibattito fra il presidente del Consiglio e il direttore del Fatto, ospiti ieri sera di Lilli Gruber, s’annida in questa battuta. Per tutta la trasmissione, Travaglio non ha mai guardato in faccia Renzi, e ogni volta che si rivolgeva direttamente a lui parlava rivolto alla Gruber: al punto che la stessa conduttrice, per ben due volte, lo ha invitato a dirigere lo sguardo verso Renzi, visto che di lui e a lui stava parlando. Al secondo rimprovero, il direttore del Fatto s’è lasciato sfuggire una dichiarazione illuminante: “Mi deconcentra”.

I tifosi di Travaglio sono ragionevolmente rimasti della propria idea, proprio come quelli di Renzi: i derby, qualunque risultato abbiano, non spostano le opinioni delle curve. E’ dunque un esercizio tutto sommato inutile assegnare pagelle e proclamare un vincitore: a ciascuno il suo.

Merita invece qualche attenzione in più la postura di Travaglio, quello sguardo sempre sfuggente, quel girarsi dall’altra parte, quell’ostinato scappare dagli occhi dell’interlocutore. Perché qui si coglie la natura del personaggio: che è bravissimo nel monologo, ma molto meno nel dialogo. Come il Berlusconi delle origini, e come Beppe Grillo: impagabili come solisti, rifuggono però il faccia a faccia, che pure è l’essenza della democrazia. In un dibattito pubblico, infatti, non si discute per convincere l’interlocutore, ma per consentire allo spettatore di compiere una scelta informata, ragionata, convinta. Il confronto – ne facciamo a decine ogni giorno per scegliere un pacco di pasta o una pizzeria o un programma televisivo – è alla base di ogni scelta.

Ma Travaglio, se si rivolge direttamente all’interlocutore, “si deconcentra”: cioè perde il filo del monologo ogni volta che è costretto a piegarsi alle regole del dialogo, proprio come quegli studenti che mandano a memoria la lezioncina ma, se interrotti dal professore, entrano nel panico, arrossiscono e cominciano a balbettare. Che è più o meno quello che è successo ieri al direttore del Fatto: risolini, faccette, un paio di volgarità, interruzioni continue, e quello sguardo perennemente in fuga.

Se Travaglio imparasse a discutere, ne guadagneremmo tutti: perché le ragioni non stanno mai da una parte sola, e il rispetto degli altri è la premessa del rispetto di sé.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli