Trasporti, stadio e Olimpiadi: le altre bombe nella Roma a cinque stelle

M5S
La sindaca di Roma Virginia Raggi in aula Giulio Cesare in Campidoglio, durante l'assemblea comunale straordinaria sul caso rifiuti, Roma, 10 agosto 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Ritorno delle vecchie lobby, incompetenza sostituita dalla logica dei blitz, passaggio da movimento del No a movimento del Ni: ecco i tre segni distintivi della giunta Raggi

Il film che si proietta nell’arena romana potrebbe avere il titolo all’ultima opera diretta dal grande Massimo Trosi: «Pensavo fosse amore invece era un calesse» dove i protagonisti, dopo numerosi e complicati tentativi, scoprono che uomo e donna non sono assolutamente fatti per il matrimonio. Così i cittadini romani stanno scoprendo a loro spese che i pentastellati non sono assolutamente fatti per il governo.

Esplosa la gigantesca questione della raccolta dei rifiuti finalmente approdata nell’aula Giulio Cesare grazie alle interpellanze delle opposizioni, c’è un’altra bomba pronta a deflagrare: a settembre sarà paralisi nei trasporti romani se non si trovano entro metà agosto le risorse necessarie a garantirne la manutenzione. I fatti sono questi: il piano industriale dell’azienda (impostato all’epoca della giunta Marino) prevede 58 milioni di risorse in un triennio, ma la prima tranche, 18 milioni, dedicata soprattutto alla manutenzione della Metro A, dovrà essere erogata entro il 15 agosto, altrimenti i lavori non finiranno mai in tempo per l’autunno. Ma queste risorse non sono previste nell’assestamento di bilancio votato dall’aula. Il paradosso è che i 58 milioni del piano triennale erano stati già stanziati dal Campidoglio, ma bloccati per via delle elezioni. Perché allora non sono stati inseriti nella manovra di assestamento, almeno i 18 milioni necessari agli interventi più urgenti? Perché l’assessora Linda Meleo, ricercatrice in un’università telematica, invece di chiedere di inserirli in manovra ha spinto l’Atac, che ha oltre un miliardo di euro di debiti, a rivolgersi alle banche per ottenere un nuovo prestito. Che è stato, com’era prevedibile, negato. Dunque? Non resta che fare affidamento su Superman, ovvero a Marcello Minenna (economista, dirigente Consob, braccio destro del commissario Tronca nei mesi scorsi) assessore al bilancio, l’unico che sembra sapere davvero dove mettere le mani e nelle cui mani, infatti, finiscono i dossier più scottanti. Una corsa contro il tempo dagli esiti incerti.

Il governo grillino della Capitale, come abbiamo visto martedì scorso, ha dunque come primo segno il ritorno delle vecchie lobby, l’accordo con i poteri e le corporazioni che hanno sempre sabotato il cambiamento (vedi alle voci Rifiuti, Camion Bar, Pedonalizzazione dei Fori); come secondo, la totale incompetenza sostituita dal blitz, genere che tra i pentastellati romani si porta molto quest’estate (l’ultimo l’ha compiuto la suddetta Meleo in un deposito Atac, scoprendo quello che qualsiasi cittadino informato sa da tempo e cioè che a causa di carenze di manutenzione, che potrebbe essere in parte risolte se la giunta avesse previsto le risorse necessarie nell’assestamento di bilancio, un terzo dei mezzi non va su strada).

Il terzo segno è il passaggio da movimento del No a movimento del Ni. I due dossier scottanti, su questo versante, riguardano lo Stadio della Roma e la candidatura alle Olimpiadi 2024. In entrambi i casi, a seguire le dichiarazioni della sindaca e dei suoi principali assessori viene il mal di mare. Cominciamo dallo Stadio. È un investimento di circa 1 miliardo di euro, tutto a carico dei privati, comprese tutte le infrastrutture necessarie. Tra fase di costruzione, addetti allo stadio e alle strutture commerciali connesse vale circa ventimila posti di lavoro. Il Campidoglio ha già votato l’interesse pubblico dell’opera che può così rientrare nei parametri della legge sugli stadi che consente procedure più veloci e talune, limitate, varianti urbanistiche. L’are a indicata è quella di Tor Di Valle, dove sorgeva l’Ippodromo, di proprietà del costruttore Luca Parnasi che edificherà lo Stadio progettato dall’archistar Dan Meis. Malgrado il sindaco Ignazio Marino fosse un supporter dell’operazione, sarà bene chiarire che il Comune non ha avuto alcun ruolo attivo nelle scelte compiute da Jim Pallotta, il proprietario della Roma, se non quello di verificare che il progetto presentato non violasse le regole. Qual è a riguardo la posizione della nuova Giunta, che vede la sindaca e uno dei suoi principali sponsor nazionali, Alessandro Di Battista, schierati sul fronte opposto, quello della Lazio? La Raggi sull’argomento si tiene sul vago, ma l’assessore all’urbanistica, Paolo Berdini, dichiara il 25 giugno che quel progetto «è uno scempio», il 29 ci ripensa, accusa i media di aver travisato il suo pensiero e, ansioso di sganciarsi da un dossier complicato, dice: «gli uffici del comune hanno dato l’ok, ora il parere spetta alla Regione», prontamente smentito dagli uffici di via della Pisana che replicano che il dossier è ancora fermo in Campidoglio. Dunque, malgrado lo scaricabarile di Berdini la giunta Raggi dovrà dire sì o no alla Stadio della Roma. In caso dica no, non avrà contro solo il popolo giallorosso, ma anche un contenzioso milionario che la società di Jim Pallotta è pronta a scatenare. E, siccome è certo che se fallirà il progetto cardine della loro strategia gli americani lasceranno la proprietà della Roma, gettando la squadra più amata della capitale in una drammatica crisi, si spiega perché la nuova giunta, oscillante tra fondamentalismo urbanista e realismo, vorrebbe che qualcun altro (la Regione) sciogliesse il nodo al posto suo. Cosa che sembra impossibile. Spiega l’assessore all’urbanistica della Regione, Michele Civita: «Ad oggi il dossier stadio non ci è ancora stato inviato. In ogni caso, quando arriverà, noi indiremo la conferenza dei servizi ma, poiché per realizzare l’opera si è fatta una variante urbanistica, qualora ci siano osservazioni, la variante deve tornare in aula per essere votata». E ricominciano le contorsioni a cinque stelle: «È un progetto urbanistico, con lo Stadio c’entra poco», dichiara il 4 luglio a Il Tempo il vicesindaco e assessore allo sport, nonché braccio destro della sindaca, Daniele Frongia. Anche in questo caso, puntuale arriva la smentita corredata dalla solita denuncia contro il complotto mediatico. Peccato che: a) Il Tempo, storico quotidiano della destra romana si sia schierato fin dall’inizio a favore della giunta Raggi; b) lo scrupoloso cronista abbia registrato e pubblicato sul sito le esatte parole del vicesindaco.

Infine, le Olimpiadi, sulle quali sarà il caso di tornare più ampiamente, ma che qui ci interessano perché confermano la linea ondivaga e la perenne indecisione della nuova amministrazione capitolina. Si inizia con un no, poi si vira sul ni, il vicesindaco Frongia incontra il presidente del Coni, Giovanni Malagò e sembra aperturista. Poi, però, malgrado fosse tutto spesato dal Coni, e quindi senza costi per l’amministrazione, nessun delegato di Roma partecipa all’apertura dei giochi di Rio dove tuttavia la campagna di persuasione condotta in prima persona dal premier Matteo Renzi insieme a Malagò porta a casa sostegni importanti. Vedremo se il paziente lavoro di ricucitura e mediazione scalfirà la granitica convinzione espressa da Virgina Raggi in campagna elettorale: «Io ritengo che oggi sia criminale iniziare a parlare di Olimpiadi quando Roma muore soffocata di traffico e buche». Ecco, le buche: da qui ripartiremo nella prossima tappa del nostro viaggio nella RomaFiveStars.

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