Tra un selfie e un bimbo morto, l’immagine al tempo di Facebook

Immigrazione
epa04910627 A refugee child looks out from a window of a train after they crossed the border between Macedonia and Greece, near the town of Gevgelija, The Former Yugoslav Republic of Macedonia, 03 September 2015. The Gevgelija-Presevo journey is just a part of the journey that the refugees, the vast majority of them from Syria, are forced to make along the so-called Balkan corridor, which takes them from Turkey, across Greece, Macedonia and Serbia to Hungary, the gateway to the European Union.  EPA/VALDRIN XHEMAJ

Nella nostra timeline si inseguono tramonti e foto drammatiche. Un rumore di fondo che rischia di non aiutare le azioni concrete

L’idea delle immagini che “scuotono le coscienze” pare, ahimé, superata. La forza e l’impatto che alcuni scatti hanno avuto negli anni passati per suscitare sdegno e indignazione – si pensi ad esempio alla foto della bambina vietnamita che scappa nuda e piangente – sembra essersi esaurita.

Viviamo in un’epoca in cui siamo travolti dalle immagini. Che si mischiano, si confondono, in un flusso continuo che alterna orrore, disperazione, a tramonti, selfie, piatti di cucina e così via. Alla foto del bambino appena nato di un’amica di Facebook, segue quella del bimbo morto sulla spiaggia di Bodrum (questo ha scritto un amico proprio ieri, attonito dal “cinismo casuale” della sua timeline).

L’immagine del bimbo morto sulla spiaggia è oggi su quasi tutte le prime pagine dei giornali. In alcuni casi utilizzata con una spregiudicatezza discutibile per avvalorare tesi che poco hanno a che fare con la compassione umana. E domani? Arriveranno altre immagini. Di nuovo confuse e mischiate con il rumore di fondo del mondo, che rischia di consolidare l’immobilismo comodo a cui tanti di noi si stanno assuefacendo, lo sdegno e l’indignazione fatto solo la una marea di parole.

In questo contesto sono i fatti, le azioni, le cose concrete l’unica via per trasmettere davvero il senso della direzione verso cui si vuole andare. Accogliere o respingere. “Restare umani” o meno.

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