Tornare al proporzionale? È come il gioco dell’oca

Legge elettorale
Italy's voter casts their ballots at a polling station in Bologna on April 13, 2008. Italians began voting in general elections likely to usher conservative Silvio Berlusconi into the prime minister's office for a third time at the expense of new centre-left flagbearer Walter Veltroni.
 AFP PHOTO / Vincenzo Pinto (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

È davvero incredibile che i portatori radicali del nuovo mondo oggi propongano il ritorno al sistema proporzionale puro e alle preferenza Cioè la causa della instabilità della prima repubblica

Ho percorso fin qui, per il mio nuovo film, più di tremila chilometri di strade italiane. Sono alla ricerca di ciò che più mi interessa nella vita: le storie, le passioni, le emozioni, i sogni, il pensiero delle persone . Di quelle il cui nome non finisce sui giornali o in televisione, di quelle che sono fuori dai milioni di “occhi di bue” che molti contemporanei pensano di sentire permanentemente accesi su di sé. È l’Italia che lavora, che studia, che pensa, che ha memoria, che ha voglia di raccontare.

Per quello che vale l’universo che ho esplorato – ma, credetemi, tremila chilometri sono più faticosi e attendibili di un sondaggio telefonico improvvisato – è un paese vitale, combattivo, pieno di persone che non si rassegnano, che hanno valori, che non cedono al pessimismo, che si sacrificano, che pensano al futuro.

Ma, rispetto all’altro meraviglioso viaggio in Italia che la vita mi ha riservato, quello fantastico che mi portò in tutte le province italiane per far nascere e consolidare la forza del nascente Pd nel 2008, ho anche misurato quanto ora appaia lontano, a questa Italia del 2016, il discorso pubblico del nostro tempo, la sua ripetitività stanca, la sua rissosità permanente, l’affermarsi costante dell’odio come cifra delle relazioni umane.

Pur in questo tempo di impazzimento delle opinioni pubbliche, di cui la ascesa di Trump è manifesto evidente, nel nostro paese sembra prevalere, sulla rabbia, la sensazione quasi desolata di vivere senza passioni collettive, senza speranze da condividere, divorati da un insieme di “passioni tristi”. Non mi interessa che quello che sto per scrivere appaia come un invito idealistico o astratto. Ma sento che è urgente restituire all’opinione pubblica la relazione virtuosa tra la soluzione concreta dei problemi concreti delle persone e un disegno d’insieme, un sistema di valori e di ragioni che accendano le passioni collettive e spingano i cittadini a non protestare soltanto, a non essere rassegnati ma a partecipare alla dimensione collettiva del vivere.

Da otto anni per correttezza nei confronti di tutti i miei successori, non parlo di Roma, prima o poi lo farò. Qui voglio soffermarmi non su ciò di cui si discute con violenza e furbizia in questi giorni. Voglio parlare invece di quel filmato girato nella metropolitana che vede i cittadini fermi mentre accadono gesti di violenza nei confronti di cittadini inermi. Una città è in primo luogo un’anima, un sentire comune, un luogo di comunità o di egoismo. Se una città smarrisce la sua anima, la cui definizione è un lavoro duro e tenace, tutto può accadere. Da quello che scrivo si capisce che uno come me, difensore appassionato della bellezza della politica , si sforza di cercare l’esperanto che colleghi l’Italia dei cittadini a quella delle istituzioni.

Non credo alle scorciatoie seminate di odio e di integralismo, non credo al qualunquismo e al populismo. Ma, sia chiaro, credo che il trasformismo, la spregiudicatezza morale, la politica come mestiere puramente finalizzato al potere siano quasi peggiori, perché esercitati dall’alto, dei vizi di semplificazione demagogica. La politica deve ritrovare un filo che colleghi le sue scelte quotidiane con un progetto di società nuova, resa necessaria dal tramonto del neoliberismo, dalla crisi della globalizzazione finanziaria e dalle difficoltà drammatiche della democrazia in Occidente. Oggi c’è bisogno di pensiero davvero nuovo, di coraggio intellettuale e politico.

Abbiamo durato fatica a superare i paletti del novecento ma oggi sembriamo, tutti, paralizzati dalla incapacità di immaginare forme di partecipazione, di ruolo dello Stato, di accumulazione e distribuzione della ricchezza, di partecipazione democratica, di mutualità, di rapporto con la scienza e la natura che siano davvero inedite e in sintonia con questa società inedita. Da questo punto di vista devo confessare che mi sembra uno scherzo da buontemponi il giravolta in corso sulla legge elettorale.

Ho sostenuto, in tempi non sospetti, la necessità di rivedere l’Italicum per armonizzarlo con la riforma costituzionale. Io penso che l’Italia abbia bisogno di scegliere con il suo voto il governo, che i cittadini debbano selezionare una nuova classe dirigente legata al territorio, che ci voglia una profonda riforma dei regolamenti parlamentari. E altro ancora.

Ma davvero mi sembra incredibile che i portatori radicali del nuovo mondo, ai quali ho sempre guardato con rispetto e interesse, oggi propongano il ritorno al sistema proporzionale puro e alle preferenze. Cioè la causa della instabilità della prima repubblica, dei governi balneari, delle coalizioni tenute insieme dal potere. Voglio pensare che questa posizione, subito sposata da Berlusconi, sia, in realtà la diabolica materializzazione del proposito esposto, tempo fa, di sfasciare tutto. In Italia ci manca solo la proporzionale pura con partiti deboli, che nascono e muoiono non perché cade un muro ma perché finiscono i parlamentari trasformisti, ci mancano solo le preferenze che sono lo strumento principale della corruzione in politica, dei condizionamenti anche finanziari di lobby e gruppi di interesse.

Io vorrei che l’Italicum venisse corretto nella direzione opposta, ad esempio con collegi uninominali in cui i cittadini scelgano un rappresentante che deve conoscere e restare legato al territorio. Questo paese rischia molto, così. Chi sostiene il maggioritario assoluto il martedì, il mercoledì propone il suo contrario. La distanza tra politica e persone, oggi spesso aggravata dalla fragilità di quei comuni che hanno sempre rappresentato l’anello forte del rapporto cittadini-Stato, rischia di diventare siderale se non ci si accorgerà che, per tutti, è finito il tempo degli scherzi e della goliardia politica. Sarebbe davvero grottesco se prevalesse l’idea di tornare ai governi fatti dalle segreterie di partito e da correnti che non sono neanche più quelli forti di un tempo.

La Dc, il Psi, gli altri, erano partiti che nascevano con radici lontane, che affondavano nella storia italiana. Poi sono stati rovinati proprio da un sistema fondato sui veti, sui giochi, sul potere puro. Vogliamo tornare lì? La democrazia dell’alternanza, i cui meccanismi vanno meglio definiti, è, per me, l’unica soluzione per evitare il possibile tracollo della democrazia italiana. Il nostro sistema, pomposamente definito seconda repubblica, è a metà del tunnel. Solo che, come sempre, invece di correre per guadagnare la luce finale si inverte la rotta, per paura, e si torna all’inizio della galleria. Quando si è bambini ci si diverte con il “Gio co dell’oca”, quello che spesso fa tornare il concorrente alla casella di partenza. Da grandi, da politici, quel gioco innocente diventa un’altra cosa. Diventa un gioco cinico, spregiudicato, irresponsabile.

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