Tornano i Coen, filosofi travestiti da mattacchioni

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Ave-Cesare

Gesù, la croce, il peccato e il comunismo: in “Ave Cesare” nulla è sacro, soprattutto la Hollywood degli anni Cinquanta. Divertente e irriverente, fa bene al cuore e al cervello

S e qualcuno vi dirà che Ave Cesare, il nuovo lavoro dei fratelli Coen, è “solo” un amabile scherzo cinefilo non credetegli: andate a vedere il film e poi toglietegli il saluto. Essendo ambientato nella Hollywood del 1951, e mescolando personaggi autentici ad altri di finzione, Ave Cesare è “anche” un amabile scherzo cinefilo, come no? Ma quella è la crosta, l’apparenza, lo zucchero sulla punta del cucchiaino che aiuta il bimbo recalcitrante a ingoiare la medicina. E la medicina è quanto di più salvifico si possa vedere al cinema di questi tempi, cura lo spirito e la mente, fa bene al cuore e al cervello. Ave Cesare conferma come Joel e Ethan Coen siano due filosofi che si divertono a travestirsi da mattacchioni.

Ave Cesare è, a prima vista, il film gemello di Barton Fink. Anche là eravamo a Hollywood, dieci anni prima, nel 1941; e anche in quel film il gioco dei personaggi “a chiave”, che alludevano a persone reali, era molto sfizioso. Il protagonista Barton Fink era il commediografo Clifford Odets, lo scrittore ubriacone W. P. Mayhew era William Faulkner, e così via. Il punto di vista era però “esterno”: uno scrittore di teatro, politicamente impegnato, che viene assunto da una major hollywoodiana ed è costretto a svendere il proprio talento. Ave Cesare è invece tutto “dentro” la macchinacinema: Eddie Mannix (che fu davvero, per decenni, produttore esecutivo alla Metro-Goldwyn-Mayer ed era realmente soprannominato “the fixer”, l’aggiustatore) lavora per una major, anzi, “è” quella major. Deve rispondere ai miliardari newyorkesi che finanziano la baracca, ma senza di lui la Capitol Pictures non esisterebbe.

 

Scarlett Johansson in una scena del film

Scarlett Johansson in una scena del film

 

 

Altra differenza: Mannix è cattolico, non ebreo come Fink (e come i Coen, e come quasi tutti i produttori della vecchia Hollywood). Potrebbe sembrare un dettaglio, invece è il cuore del film: Ave Cesare si apre e si chiude con Mannix che va in chiesa a confessarsi. Da uomo pio che frequenta Babilonia, ha una sua idea personale del peccato: dice compulsivamente al confessore che ha mentito a sua moglie promettendole di smettere di fumare. E quello sarebbe un peccato? In realtà Mannix affronta ogni giorno, e senza il minimo scrupolo, “peccati” ben più gravi. DeeAnna Moran, bisbetica starlet di musical acquatici (Esther Williams, come no?), è ad esempio alle prese con una gravidanza indesiderata. È “quasi” sicura di sapere chi sia il padre ma allo studio serve un matrimonio di facciata: ci pensa Mannix. Hobie Doyle, divo western di serie Z, sta girando la sua prima commedia sofisticata con il regista omosessuale Laurence Laurentz (George Cukor, al 99%) e i due non si pigliano neanche un po’: di nuovo, ci pensa Mannix. Il superdivo Baird Whitlock (un simil-Clark Gable che George Clooney interpreta con mirabile ironia) sta girando un film sulla passione di Gesù in cui è un centurione romano folgorato dalla fede; ma un bel giorno scompare, rapito da un gruppo di sceneggiatori comunisti (capeggiati da Herbert Marcuse, altro personaggio vero… ma forse il più inventato di tutti!) che chiedono 100.000 dollari di riscatto da devolvere all’Urss. Anche qui, ci pensa Mannix, ma è un caso assai complesso: quando Whitlock torna all’ovile è diventato più comunista di Marcuse, e andrà riportato alla vera “fede”, quella dello show-business.

Si parla di Gesù, della croce, del peccato, di un’altra fede che all’epoca andava forte – il comunismo… C’è una strepitosa scena in cui Mannix convoca allo studio quattro religiosi per sottoporre loro la sceneggiatura del film evangelico. Sono un rabbino, un pastore protestante, un prete cattolico, un pope ortodosso: Mannix è preoccupato che il film non offenda nessuno, e scopre che offende tutti! Il tema dell’intolleranza religiosa percorre Ave Cesare come un fiume carsico, e lo rende il film gemello di A Serious Man: forse il capolavoro dei Coen, la più potente analisi dell’identità ebraica che il cinema ci abbia mai regalato. Che poi faccia anche ridere, Ave Cesare, è una benedizione per noi spettatori: ma è quasi secondario.

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