Il Pd, la destra e il M5S: ecco l’analisi politica del voto

Amministrative
La silhouette del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante il suo intervento all'assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il voto ci consegna un’Italia arrabbiata, e quando uno è arrabbiato se la prende con chi è più in vista: il governo, Renzi, il PD

Lo schiaffo c’è stato a Roma e Torino, dove c’era il match diretto Pd-M5S, e il Pd deve adesso ragionare su questo voto partendo da un presupposto che non è consolatorio ma analiticamente granitico: non ci sono, e non prendono corpo nemmeno dopo questo voto, alternative credibili al governo Renzi.

In senso stretto, il quadro politico non muta, e non perché il premier lo avesse teorizzato da settimane («non è un voto sul governo») ma perché –va ripetuto –l’alleanza «tutti contro il Pd» non produce un’alternativa di governo, né nel breve né nel medio periodo. Accade, nelle elezioni di mid-term, che l’opinione pubblica invii un segnale di insoddisfazione al governo in carica: amministrative o Europee sono vissute proprio con questo retropensiero, e hai voglia a dire che si vota solo per il sindaco.

Il voto ci consegna un’Italia arrabbiata, e quando uno è arrabbiato se la prende con chi è più in vista: il governo, Renzi, il Pd. Dunque non sta per cadere il governo, ed è frettoloso dire che al referendum di ottobre il No si avvii in discesa. Quella è un’altra partita ancora. Ma la saldatura M5S-destra se da un lato getta un’ombra sulla presunta verginità dei grillini e segna una riprova della subalternità di una destra senza bussola, dall’altro lato è un mostricciattolo politico che inquieta il Nazareno.

Spezzare questa saldatura tutta “contro” è vitale, non solo per il Pd ma per il ritorno a una normale fisiologia politica. Roma era una missione impossibile, dopo tutto quello che è successo. Ma cosa c’è dietro la vittoria a valanga di Virginia Raggi, una persona fino a tre mesi fa sconosciuta ai più, priva di messaggi di governo ma capace di interpretare lo spirito del tempo, un tempo cattivo, carico di risentimento? Difficile che i romani abbiano creduto alle funivie, ai pannolini e al baratto.

Non sono state simili amenità a spostare il consenso di migliaia e migliaia di cittadini sulla candidata grillina, ma la sua capacità di tradurre in consenso elettorale lo spirito del “vaffa”, condito –attenzione – da una fortissima richiesta di pulizia, trasparenza, onestà che la Raggi (ad onta delle ripetute bugie su incarichi mai denunciati) ha saputo cavalcare.

E se uno sbaglio ha fatto Renzi è stato quello di sottovalutare l’impatto negativo di tante storie, da Verdini alla Campania, di varie polemiche, voci, proteste, cose vere e meno vere, un magma che ha ribollito sotto la pelle del paese ed è fuoriuscito alla prima occasione. Brucia semmai di più Torino. Una città ben governata che però ha improvvisamente ruggito contro la continuità impersonata da un grande sindaco come Piero Fassino, un uomo che dall’oggi al domani si è trovato dinanzi una specie di muro ostile, eretto anche in questo caso dal mostriciattolo M5S-destra, sul quale è saltata un’altra giovane grillina, la Appendino che come la Raggi avrà ora il compito di governare una Torino più nervosa: e non vorremmo essere nei panni di entrambe.

La destra ha giocato sporco, a Torino e a Roma. Vittoria di Pirro, però. A Milano, da sola, ha perduto. Risultato finale: la destra ha perso ovunque. A Milano prevale Beppe Sala: non era scontato, stante il clima generale, e tenuto conto di un avversario forte come Stefano Parisi. È un fatto molto importante che nella città più moderna viene premiato il candidato del centrosinistra, forte anche del clima unitario con tutta la sinistra. Infine, bene Virginio Merola a Bologna contro la leghista Borgonzoni, e scontata la vittoria di de Magistris contro uno spento Lettieri a Napoli.

Il Pd si trova ora in una situazione un po’ paradossale: è il partito-cardine del sistema politico ma anche il più isolato. Nulla si può fare senza il Pd, ma poco può fare il Pd con tutti questi nemici. E attenzione: non parliamo solo dei partiti politici ma di un sistema complesso di ostilità verso il Nazareno e palazzo Chigi. Spegnere i fuochi, dunque, diventa per Renzi uno dei compiti dell’immediato futuro. Svelenire il clima. Invertire qualcosa anche nei comportamenti politici, come già si è cominciato a fare, ad esempio correggendo l’impressione del referendum-plebiscito, incontrando i sindacati.

Aprire senza paura una discussione interna libera e costruttiva, magari anche in forme tali da consentire discussioni serie e non estemporanee in omaggio alla logica dello streaming. Sapendo che il Paese, al dunque, non vuole voltare pagina per inseguire i fantasmi del “vaffa” o una destra indecifrabile, ed è da qui che si deve ricominciare.

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