Essere Tony Barber, quello del ‘Sì’ o quello del ‘No’?

Il Noista
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L’editorialista del Financial Times è stato protagonista di una clamorosa inversione a U sulle possibili conseguenze del voto del 4 dicembre

Chissà che cosa è successo a Tony Barber, illustre editorialista del Financial Times, fra il 5 luglio e il 4 ottobre. Tre mesi possono significare molto, nella vita di un uomo: imprevisti, dispiaceri, sorprese, innamoramenti, fughe, ritorni. Intendiamoci: cambiare idea è legittimo e spesso utile, il procedere della realtà induce necessariamente ad un parallelo movimento del pensiero, e soltanto gli stupidi restano immobili. Però c’è un però: come si fa il 4 ottobre a scrivere l’esatto opposto di quanto si è scritto il 5 luglio, senza battere ciglio e senza spiegare perché?

“Il punto di fondo è che, contrariamente alle affermazioni di Renzi, la riforma costituzionale avrebbe un effetto minimo sulla qualità del governo e del processo legislativo”, ha scritto ieri Barber, per la gioia di tutti i noisti italici. Tre mesi fa, il medesimo Barber – o forse un suo omonimo assoldato dal ministero della Propaganda di Palazzo Chigi – aveva invece definito le riforme di Renzi “di vasta portata” (“far-reaching”).

Ancora più clamorosa l’inversione a U sulle possibili conseguenze del voto del 4 dicembre. L’illustre analista britannico si dice oggi convinto che “una sconfitta di Renzi al referendum non per forza destabilizzerà l’Italia. Una vittoria, al contrario, esalterebbe la follia di anteporre l’obiettivo tattico della sopravvivenza di Renzi al bisogno strategico di una democrazia in buona salute”.

Tre mesi fa, l’autorevole analista spiegava ai suoi lettori l’esatto contrario: “Una sconfitta danneggerebbe Renzi e rischierebbe di spingere l’Italia in una fase prolungata di instabilità politica ed economica”. Non solo: “Oltre a mettere le banche italiane sotto pressione, un tale arretramento metterebbe a rischio il buon lavoro fatto dal governo Renzi per avviare un po’ di ripresa economica e ridurre, seppur modestamente, la disoccupazione”.

Chi ha ragione? Il Tony Barber di luglio o quello di ottobre?

Nel dubbio, lasciamo per un po’ riposare in edicola il Financial Times: per le sciocchezze bastano e avanzano i giornali italiani.

 

 

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