Terapia d’urgenza per la democrazia

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Più democrazia e partecipazione, più decisione, più controllo. Se queste dimensioni non convivranno il rischio è che si rafforzi il desiderio di buttare a mare la conquista nata con il sacrificio di milioni di persone

“Dormi, che è ancora notte”, diceva una madre a un figlio al quale non sapeva cosa far mangiare. Era Uccellacci e uccellini, il magnifico film di Pier Paolo Pasolini. Mi è venuta in mente questa battuta del film pensando a buona parte del dibattito politico, giornalistico, culturale di questi mesi. Può darsi mi sbagli, ma tutto quello che accade conferma in me una preoccupazione che, in realtà, era il background più profondo del discorso del Lingotto e della nascita del Partito Democratico. E, più modestamente, è il filo rosso del dialogo che, da molti mesi, intrattengo con i lettori di questo giornale. Faccio una premessa. Ne abbiamo parlato, con Antonio Padellaro, alla presentazione del libro che Fabrizio Dragosei ha scritto utilizzando i testi delle conversazioni private di Hitler.

Chi guardi alla nostra storia nel Novecento non può non restare attonito di fronte a due grandi domande. Sono le questioni chiave del nostro tempo, tanto grandi e terribili da non avere risposte compiute. La prima: come è potuto accadere che degli esseri umani abbiano ideato, progettato, realizzato la “soluzione finale”, lo sterminio di un popolo? Erano uomini come noi, avevano dei figli, degli amori, degli occhi per guardare. Eppure accompagnavano i bambini ebrei nelle camere a gas e, se sopravvivevano, come mi raccontava sempre Shlomo Venezia, erano pronti a sparare loro alla testa. Uomini, avevano smesso di esserlo.

La seconda domanda è ancora più terribile perché riguarda tutti. Come è potuto accadere che dei regimi sanguinari, guidati da criminali, potessero godere del consenso convinto di tanti cittadini, anche delle migliori menti del tempo? Voglio essere ancora più chiaro. Nella autobiografia della nostra nazione ci sono delle pagine bianche, quella che segnano il passaggio da una fase storica all’altra. Come se nulla fosse accaduto prima, nelle stesse menti, negli stessi cuori. Il fascismo non è stato un incidente della storia, un putsch di poche persone consumato nel tempo di una stagione politica. Il fascismo è stato un regime che è sopravvissuto per un ventennio grazie non solo al suo apparato di repressione e controllo ma, non neghiamolo, in ragione del consenso degli italiani. Come dei tedeschi che osannavano un pazzo criminale. È successo. Ci sono dei momenti della storia in cui si smarrisce la ragione, in cui quello che ieri sembrava impensabile diventa improvvisamente normale. La storia, diceva il vecchio Marx, si ripete due volte. Una in tragedia e una in farsa. Ma la vera farsa sarebbe, per tutti noi, aver perso la conoscenza dell’abaco della nostra vicenda umana, di non essere capaci di riconoscere i segni, ammaestrati come dovremmo essere dalle tragedie che ogni famiglia ancora porta dentro di sé, solo a risalire a due o tre generazioni fa. Spara forte, più forte, non capisco è il titolo di un film di Eduardo De Filippo tratto da Le voci di dentro.

Quali altri colpi di cannone devono essere sparati perché si capisca? Si capisca quello che sta succedendo nel nostro tempo? Negli ultimi giorni il voto in Germania con l’affermazione della Afd e il ripetersi dei successi di Donald Trump che è arrivato a minacciare scontri se non avrà la nomination alla convenzione repubblicana. Intorno il quadro che abbiamo descritto la settimana scorsa. In Spagna non si riesce da mesi a formare un governo, in Francia la Le Pen è al trenta per cento, in Gran Bretagna il governo stesso è spaccato sul quesito se restare o no in Europa, nell’Est costruiscono muri e demoliscono costituzioni… Voglio essere netto. Io temo che la democrazia stia vivendo la malattia più profonda dal dopoguerra ad oggi. Sembra non essere in grado di interpretare i bisogni di una società in repentino mutamento.

Dal Duemila a oggi sono accaduti fatti sconvolgenti: l’attacco terroristico, a partire dalle Torri Gemelle, che ha fatto conoscere all’Occidente la paura dell’insicurezza, la più grave crisi economica della società contemporanea, più lunga e cupa della depressione del ’29, una rivoluzione tecnologica che riduce il lavoro invece di crearlo, una precarizzazione dell’esistenza, una mutazione profonda, antropologica, del rapporto tra sé e il tempo. Intanto le democrazie mostravano le loro crepe più profonde, con la crisi dei partiti, la corruzione diffusa, la insopportabile lentezza dei processi decisionali. Sta crescendo, diciamocelo chiaro, l’idea che la democrazia sia un fastidio, un lusso, uno spreco, un fagotto da portare. La democrazia è per sua natura complessa e questo appare insopportabile in un tempo in cui tutto è semplificato. E perciò radicalizzato. Per questo dico a tutti noi di non avere paura di innovare. Se la democrazia non comprenderà questo nuovo scenario e adatterà se stessa ai mutamenti strutturali in corso, soccomberà. La difesa conservatrice sarà un argine fragile come i cavalli di Frisia con i quali lo stato cercò di opporsi alla marcia su Roma. La democrazia lenta è pasto per i suoi avvoltoi. La democrazia deve decidere, altrimenti nascerà la richiesta di decidere senza la democrazia. Gli organi rappresentativi controllino severamente, come fa il Congresso degli Usa, ma gettiamo a mare le forme di cogestione che rallentano, usurano , imballano. Governo che decide e parlamento che controlla. Veloci, trasparenti, cogenti.

E l’irrompere di un soggetto sconosciuto alla nostra tradizione. In una democrazia moderna non possono esistere solo stato e privato, ci vuole anche un terzo soggetto: la democrazia che si organizza attraverso la partecipazione dei cittadini alla gestione delle cose, dei lavoratori all’impresa, degli abitanti di un quartiere al governo del loro territorio, degli utenti di servizi alla loro qualità. Più democrazia e partecipazione, più decisione, più controllo. Se queste dimensioni non convivranno il rischio è che si rafforzi il desiderio di buttare a mare la conquista nata con il sacrificio di milioni di persone . Terapia d’urgenza per la grande malata. Non bisogna preoccuparsi solo di Trump, o degli emuli che stanno nascendo ovunque, ma del popolo di Trump, di quegli esseri umani che, se il candidato insulta un giornalista disabile, corrono a frotte alle urne per votarlo. Come può accadere? È una domanda che non bisogna farsi troppo tardi.

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