Temer smantella le politiche di sinistra approfittando dell’impeachment

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In Brasile non hanno vinto onestà e benessere diffuso contro corruzione e crisi economica, ma la Destra liberista di Temer contro la Sinistra progressista di Dilma Rousseff

Pochi giorni fa è stata destituita la presidente brasiliana Dilma. Temer è diventato presidente e il Brasile ha voltato pagina. Ma cosa abbiamo letto nelle pagine precedenti e cosa leggeremo in quelle successive?

Per quanto riguarda la cronaca, i giornali hanno raccontano di corruzione, trasformismi di singoli e partiti, manifestazioni, maggioranze variabili e carriere personali che si creano o si distruggono in ambito locale. Per quanto riguarda la storia, la politica, l’economia, occorre uscire dalla cronaca recente e alzare lo sguardo sul lungo e medio periodo, sulla posizione dei poveri, delle minoranze, dei neri, delle donne. Occorre guardare ai percorsi fatti e ai traguardi che si vogliono raggiungere.

Se facciamo questo, nel racconto del Brasile a pesare non saranno le vicende di corruzione o di trasformismo (che troveremmo a pie’ di pagina), ma la storia della lotta politica tra Destra e Sinistra, della scelta tra Liberismo e Progressismo, di grandi, intollerabili diseguaglianze, della sfida epocale della redistribuzione di ricchezza e dignità.

In Brasile si è consumata una battaglia politica, che cela due idee molto diverse di società. Oggi – con metodi dubbi – ha prevalso la Destra. Crisi economica (che pesa) e corruzione hanno fornito alibi solidi senza produrre esiti coerenti: il nuovo presidente è infatti accusato di corruzione insieme ai principali sostenitori dell’impeachment.

Proviamo a zoomare e a guardare da vicino i fatti con la lente della politica.

In regime presidenziale il Presidente è eletto direttamente dal popolo: Dilma è stata eletta due volte con un suo programma, Temer no; Dilma ha sfidato la finanza, abbassando i tassi di interesse, colpendo la rendita finanziaria e risparmiando denaro pubblico sugli interessi del debito da investire in politiche sociali per i più deboli. Quindi una manovra di redistribuzione di reddito e ricchezza; Dilma ha istituito il Ministero dello sviluppo agrario che si occupava di credito, innovazione, diritti civili e Temer lo la abolito; Dilma, presidente donna, ha voluto il ministero delle donne, della parità sociale e dei diritti umani, che operava per lo sviluppo di politiche di identità per milioni di persone praticamente invisibili da secoli e Temer lo ha abolito.

Con Temer vi è l’impressionante assenza di donne e afrodiscendenti al governo, in un Paese che ha il 52% di donne e un enorme numero di neri e indio, governati oggi solo da bianchi ricchi, rappresentanti della borghesia agraria, commerciale, industriale, immobiliare e finanziaria; Dilma non è indagata per corruzione e nel Governo Temer vi sono 16 ministri indagati e coinvolti in casi di corruzione; Dilma finanziava le “Bolsa famiglia” e Temer ha annunciato di volerle eliminare, scatenando in Brasile l’ira dei poveri che paragonano questo provvedimento che aiuta 42 milioni di persone con un costo di 27 miliardi di reais, con gli stipendi di soli 1652 parlamentari brasiliani che costano ben 19,8 miliardi di reais; Dilma finanziava programmi di accesso all’università che danno agli studenti meno abbienti una formazione universitaria e Temer li ha bloccati; Temer ha annunciato una riforma dei diritti dei lavoratori, la liberalizzazione del gioco d’azzardo, la privatizzazione di Petrobras e dei servizi postali in un programma di massiccio arretramento dello Stato dalla gestione e dal controllo dei comparti strategici del Paese.

Quindi, riassumendo, Temer ha assunto una linea politica nota: liberismo, privatizzazioni, austerity, diseguaglianza. L’opposto delle politiche di Lula e Dilma. E fin qui, si starebbe nel campo del legittimo alternarsi di governi e cicli storici. Il punto è che questo radicale cambiamento non è stato frutto di una scelta democratica, l’esito di elezioni. Si è approfittato di una crisi economica (non solo brasiliana) per addossare a Dilma più colpe di quante ne abbia e rimuoverla da Destra per cancellare un modello e una politica che metteva al centro il valore universale della democrazia e dell’uguaglianza – senza velleitarismi – perseguendo l’integrazione col sistema capitalistico internazionale. Una politica di Sinistra che, con i suoi limiti, dovevano giudicare i brasiliani a tempo debito. Non è avvenuto.

La Destra torna così al governo del gigante sudamericano (dopo 13 anni), ma passando dalla porta di servizio: con l’impeachment, una dubbia procedura parlamentare e il trasformismo si prende ciò che il popolo gli aveva negato col voto, scegliendo un modello politico-sociale, un’idea di Paese.

Quindi in Brasile non hanno vinto onestà e benessere diffuso contro corruzione e crisi economica, ma la Destra liberista contro la Sinistra progressista. E ha vinto in un Paese presidenzialista senza che i cittadini abbiano potuto scegliersi il Presidente.

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