Tecnici, prefetti e buon governo

Roma
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi interviene durante gli "Stati generali sui cambiamenti climatici e la difesa del territorio" nell'aula dei gruppi parlamentari della Camera, Roma, 22 giugno 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Come si seleziona una nuova classe dirigente per l’Italia? Perché è evidente che di questo c’è un bisogno estremo

Che cos’è la (buona) politica? “Non solo gestione – scrive Antonio Polito sul Corriere di ieri – ma anche organizzazione del consenso, idealità, sistema di valori, selezione di classe dirigente”. È una definizione sensata, sebbene quel “non solo gestione” lasci intravvedere una nostalgia palingenetica che spesso, in nome di ideali condivisibilissimi, ha derubricato l’ordinaria amministrazione a pratica secondaria, modesta e persino limitante: quando invece bisognerebbe sottolineare come una buona gestione dell’esistente sia già un eccellente risultato, e non facile da perseguire. Ma si tratta, appunto, di una sfumatura.

Il cuore del ragionamento di Polito prende le mosse da una concezione insieme nobile e pragmatica della politica e della democrazia per guardare al commissariamento prefettizio di Roma e alla possibile candidatura del commissario dell’Expo a sindaco di Milano come esempi clamorosi di un più generale “commissariamento della politica”, frutto a sua volta della radicale perdita di consensi da parte dei partiti tradizionali e di una più vasta (e non nuova) sfiducia nella politica. È un’opinione diffusa – ne ha parlato tra gli altri anche Sofia Ventura – che tuttavia rischia di restare prigioniera del passato: di guardare cioè agli avvenimenti di oggi con gli occhiali con cui si giudica in Italia il rapporto fra “politici” e “tecnici”.

I casi di Roma e di Milano sono però molto diversi dalla stagione dei “governi tecnici”, e anzi ne ribaltano la logica e il senso politico. Contrariamente a quanto sostiene Polito, la scelta di uomini estranei al ceto politico tradizionale e al cursus honorum dei partiti è infatti una scelta eminentemente politica: di più, è un tentativo – il più serio e impegnativo tentato finora – di restituire alla politica quel ruolo che il vicedirettore del Corriere per primo gli riconosce: la “selezione della classe dirigente”.

E come si seleziona una nuova classe dirigente per l’Italia? Perché è evidente che di questo c’è un bisogno estremo, che questo è il punto cruciale: il ventennio della Seconda repubblica, segnato dalla guerra civile fredda fra berlusconismo e antiberlusconismo, non è stato capace di ricostituire un sistema dei partiti solido e funzionante dopo il crollo provocato da Tangentopoli; il centrodestra non è mai riuscito ad andare oltre la leadership carismatica di Berlusconi e a strutturarsi come forza dotata di continuità e prospettiva, mentre a sinistra gli eredi del Pci e i loro alleati minori hanno via via scartato e persino irriso i tentativi di innovazione (dal D’Alema degli anni Novanta al Veltroni del decennio successivo). Il crepuscolo solitario del berlusconismo e l’inaridimento collettivo della sinistra conservatrice definiscono il campo da gioco in cui Matteo Renzi si è trovato a giocare: con l’altra metà campo invasa dagli ultrà grillini, esultanti per quel fallimento strutturale del sistema che è la loro unica ragion d’essere.

Ma se così stanno le cose, il compito della politica oggi è prima di tutto quello di agire: scegliere, decidere, fare. Il primato della politica non si esercita nominando un compagno di corrente, lottizzando il lottizzabile e chiedendo come referenza la tessera di partito: e certamente non in un paese in cui i partiti sono involucri vuoti e asfittici, comitati elettorali del leader, mediocri assembramenti di portaborse in guerra fra loro. Il primato della politica – che Renzi sta faticosamente e caparbiamente restaurando contro le invasioni di campo della magistratura militante, delle corporazioni sindacali, dell’alta burocrazia ignava, del giornalismo scandalistico, dell’intellettualità salottiera, della tecnocrazia finanziaria, dell’Europa dei ragionieri – si esercita scegliendo le persone considerate migliori per il compito che dovranno svolgere. Che importa se fino al giorno prima hanno fatto i manager o i parlamentari o i prefetti? Renzi si colloca all’esatto opposto dell’ideologia qualunquistica della “società civile” proprio quando sceglie al di fuori della politica tradizionale le donne e gli uomini della nuova classe dirigente. Perché ne rovescia le premesse, rivendicando per il partito e per il governo il ruolo di decisore, e perché nell’atto della decisione restituisce alla politica il suo unico vero scopo: non la perpetuazione di sé, ma il buon governo per tutti.

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