Tavecchio lasci parlare solamente il campo, si dimetta #Tavecchiodimettiti

Calcio
Carlo Tavecchio

Il mondo del calcio continua ad avere il proprio presidente come se nulla fosse accaduto

In queste ore si sente il rumore di un grande silenzio nel mondo del calcio. Nonostante la bufera che si sta abbattendo sul presidente della Figc sono pochissime, flebili e spesso extra calcio italiano, le voci che si levano: Alessandro Del Piero, Renzo Ulivieri, Lapo Elkann; per il resto silenzio. Eppure il presidente Tavecchio rappresenta centinaia di società, bambini, bambine e ragazzi che si divertono a dare un calcio ad un pallone, ma guardano i loro campioni, i dirigenti, per trarre esempi.

Carlo Tavecchio non si è dimesso, quindi, il mondo del calcio continuerà con il proprio presidente, come se nulla fosse accaduto, come se quelle frasi non fossero mai state pronunciate. Del resto, era stato eletto dopo le famose frasi su Optì Pobà e le donne “handicappate”, quindi, nessuno può dire che non sapeva. Il presidente è stato democraticamente eletto dall’assemblea e non ci sono motivi tecnico-giuridici per il commissariamento da parte del presidente Malagò. Solo Tavecchio può decidere di dimettersi.

Non è solo una questione di parole, di politically correct, o di come siano state rilasciate certe dichiarazioni: certe espressioni denotano un pensiero, una linea di azione uno stile che non può lasciare indifferenti. Non si può non rammentare, ad esempio, lo sciopero che il calcio femminile ha dovuto minacciare fino a qualche settimana fa per ottenere delle garanzie minime che i loro colleghi uomini hanno da tempo immemore o i 107.000 euro spesi dalla Figc per l’acquisto delle copie del libro del presidente, le dubbie compravendite immobiliari ai tempi della presidenza della Lega nazionale dilettanti e si potrebbe continuare.

L’autonomia dello sport dal governo è un principio laicamente sacro. Troppe volte, infatti, esso è stato lo strumento principe dei regimi per mostrare al mondo la propria forza e la propria supremazia, quindi, è giusto che questo principio sia inamovibile.

Spesso, troppo spesso, questa diventa però una scusa su entrambi i fronti: da un lato il governo ha delegato al Comitato olimpico nazionale l’organizzazione, la promozione e lo sviluppo dello sport da quello giovanile alla preparazione olimpica, senza fornire fondi appositi e magari vincolati allo scopo, estendendone ipso facto le funzioni; dall’altro è stato lo strumento utilizzato dal mondo dello sport per trincerarsi dentro le proprie consuetudini che, quasi mai,  prevedono le dimissioni di un presidente.

Si va avanti, perché tutto cambi affinché tutto resti uguale, in barba ai principi fondanti dello sport.

Con le sue dimissioni darebbe un segnale al mondo del calcio, permettendogli di voltare pagina e di lasciar parlare solamente il campo.

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