Sull’azione di governo si gioca la sfida con M5S e centrodestra

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Per arrivare al referendum compatto e combattivo, il Pd ha bisogno di una messa a punto interna

La Direzione che si tiene oggi non sarà la resa dei conti annunciata con gran clamore dal circo mediatico, molto difficilmente si concluderà con un rimpasto della segreteria o con altre decisioni organizzative, e forse non avrà neppure una votazione finale sulla relazione introduttiva del segretario. Segnerà piuttosto l’apertura di una riflessione, l’avvio di una “stagione dell’ascolto”, l’inizio di un percorso che sfocerà, il mese prossimo, nell’Assemblea nazionale.

Matteo Renzi è uscito indebolito dal voto amministrativo, ma i rapporti di forza all’interno del Pd non sono mutati di molto. Le varie componenti della maggioranza, al netto di qualche battuta e di qualche insofferenza dalle parti dei Giovani Turchi, non hanno nessuna intenzione di rimettere in discussione il patto di sindacato che regge il partito; le due principali componenti della minoranza appaiono oscillanti fra una linea più radicale (Speranza) e una più moderata (Cuperlo), ma entrambe rimandano al congresso, già annunciato per l’autunno, la battaglia decisiva. Tanto clamore per nulla, dunque? Non proprio.

Per capire lo spirito con cui Renzi affronterà la riunione di oggi è utile rileggere la e-news di mercoledì. «Penso utile –scriveva Renzi –che il Pd e il governo cerchino di capire come e dove possiamo fare meglio. Ci si apra di più al territorio, alle riflessioni e alle critiche dei cittadini, ai suggerimenti degli amministratori locali e dei circoli».

E tuttavia, precisa il segretario che questa discussione non può «essere rimpiazzata dalla classica polemica sulle poltrone in segreteria o sul desiderio delle correnti di tornare a guidare il partito. Non credo ai caminetti: apriamo le finestre, spalanchiamole, altro che caminetti. Parliamo, certo: ma con gli italiani e degli italiani, non dei nostri equilibri congressuali.

Il Pd –conclude Renzi – deve caratterizzarsi per le cose che propone, non per le proprie divisioni interne». Impostata così, la discussione va oltre la contrapposizione un po’ stucchevole, che in questi giorni ha animato in dibattito mediatico, fra chi vuole un Renzi «che fa più Renzi» e chi invece preferisce il «bagno d’umiltà».

La strada indicata dal segretario punta piuttosto sull’azione di governo, l’unico vero terreno su cui si gioca la sfida con il M5s e con il centrodestra, e sulla scommessa dell’innovazione, lasciando in secondo piano le vicende interne. Renzi infatti sa benissimo che poche cose come i litigi fra capicorrente e subcomandanti allontanano elettori e militanti dal Pd. L’intenzione di Renzi è tenere distinti i piani –quello dell’azione di governo e quello del dibattito interno al partito –e, soprattutto, tener distinti i tempi: prima c’è il referendum, poi c’è il congresso.

Vale a dire che da qui a ottobre tutte le energie disponibili devono essere messe a disposizione della “madre di tutte le battaglie”, sulla quale non si gioca tanto il destino personale del premier – su questo punto Renzi potrebbe fornire oggi qualche precisazione –, quanto il profilo riformatore del governo e del partito che più di ogni altro lo sostiene.

La battaglia referendaria è insomma la battaglia cruciale per tutto il partito, non per il suo leader. Fatto il referendum, si potrà aprire già a ottobre, in anticipo sui tempi dello statuto, la discussione congressuale, destinata a concludersi, presumibilmente nei primi mesi dell’anno prossimo, con le primarie per la scelta del segretario nonché, a statuto vigente, candidato premier alle prossime elezioni (su questo punto la minoranza darà battaglia).

e a questo problema naturalmente Renzi non intende sfuggire. Forse già oggi mostrerà la disponibilità a modificare l’Italicum, per includervi la possibilità di apparentamento al secondo turno (che tuttavia, si fa notare, non significa affatto che il Pd voglia rinunciare alla sua “vocazione maggioritaria”); forse il dibattito si sposterà interamente all’Assemblea nazionale di luglio.

Del resto, riaprire la discussione sulla legge elettorale –che in ogni caso approderebbe in Parlamento soltanto dopo il referendum –richiede una serie di garanzie e disponibilità reciproche che vanno al di là del recinto del Pd, e persino di quello della maggioranza di governo. «Possiamo parlare di crescita e di diseguaglianze –scriveva ancora Renzi nella sua e-news –, di diritti civili e terzo settore, di stabilità istituzionale e lavori a tempo indeterminato, di tassazione e di energie rinnovabili, di innovazione e merito nella pubblica amministrazione, di immigrazione e flessibilità europea.

Non di spartizioni interne alle correnti come avveniva in passato». Su questo punto anche la minoranza si dichiara d’accordo. Sul resto, sembra invece prevalere un rassegnato pessimismo: i rapporti interni potrebbero essere ormai troppo logorati per consentire un ultimo scatto di reni in vista di ottobre

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