Sulla Grecia i socialisti europei hanno perso la bussola

Grexit
epa04669340 European Parliament President Martin Schulz arrives for a meeting of the Party of European Socialists (PES) ahead of the European Council in Brussels, Belgium, 19 March 2015.  EPA/JULIEN WARNAND

Le incredibili dichiarazioni di Schulz fanno il paio con chi marcia insieme ai populisti

La verità è che, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine. Il dibattito che ha coinvolto tantissimi nostri iscritti, tra sostenitori del Sì e quelli del No, lo rivela in tutta la sua chiarezza. Sono diventati dei pericolosi servi della troika o dei venduti al populismo? Io non credo, né credo che lanciare strali di subalternità reciproca serva a qualcosa. È tutta la sinistra socialista in Europa che, oramai, ha perso la bussola.

Credo che la consultazione referendaria sia stata sbagliata e inopportuna nel chiedere un pronunciamento su un accordo che era in via di formazione. Il risultato che ne è uscito, però, va interpretato per quel che è: quel No non è riferito alla permanenza nell’euro (sulla quale il popolo greco non ha dubbi), ma a sbagliate politiche di austerità funzionali agli interessi di alcune nazioni più che a quelli degli Stati Uniti d’Europa.

Quello che mi colpisce però è l’enorme assenza di un’elaborazione unica dei socialisti europei, stretti tra un silenzio assordante e una divergenza radicale di posizioni. Mai il socialismo europeo è sembrato così inconsistente.

Le incredibili dichiarazioni di Schulz, volte a spiegarci come i greci debbano pensare a un’altra moneta, fanno il paio con la disinvoltura di altri che non hanno nessun problema a scendere in piazza con Grillo e Alba Dorata. Le nostre comuni categorie di analisi sembrano essere state spazzate via, la nostra capacità di dare una lettura comune dei processi storici è del tutto assente.

In tutto il continente il campo non sembra più dividersi tra socialisti e conservatori, ma tra larghe coalizioni europeiste e populismi euroscettici. Dov’è la sinistra tra queste due posizioni? Come è possibile non riuscire a declinare in maniera comune una nuova idea di Europa, lontana dagli assurdi trasversalismi del populismo e dalle assurde politiche di austerità dei conservatori?

Il Partito democratico è stato nelle elezioni europee un argine all’emergere dei populismi. Se non vuole esserne travolto, ora, deve essere in grado di imprimere un cambio di passo all’Europa, facendo anche qualcosa in più: dare il suo contributo, ancora troppo debole, nella ricostruzione di quelle categorie che tengono assieme la famiglia socialista europea, nella ricerca di una visione comune dei problemi che ci stanno travolgendo, come l’emergenza sociale, l’immigrazione, il ruolo dell’Europa nel mondo.
Ecco i nodi che vengono al pettine. Per scioglierli la dimensione del governo non basta. Serve un partito, serve l’ambizione di mettere fondamenta nella storia del nostro paese e di ricostruire il socialismo europeo, dotandosi dei giusti strumenti organizzativi e culturali.

È una grande sfida, ma anche una straordinaria opportunità da cogliere, soprattutto se si crede che il Pd sia il partito del nuovo secolo.

(foto Ansa)

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