Su Greco il Fatto non ci vede chiaro: “Di che pasta sei fatto?”

Il Fattone
Francesco Greco, arriva all'assemblea ordinaria dei partecipanti alla Banca d'Italia, Roma, 30 maggio 2014.
ANSA/FABIO FRUSTACI

Dietro l’enfasi dei titoli, il pezzo di Barbacetto suona come un avvertimento

“Francesco Saverio Borrelli, il procuratore più amato di Milano, l’ha voluto nel pool Mani Pulite negli anni ’90. Ieri, dopo 25 anni, Francesco Greco è diventato il capo di quell’ufficio”.

Evviva! Il Fatto non nasconde la propria soddisfazione e titola in prima pagina, con enfasi pari soltanto alla nostalgia, “Milano, torna Mani Pulite”.

Dove per “Mani Pulite”, evidentemente, non si intende l’insieme di inchieste esplose un quarto di secolo fa, ma un simbolo, uno stile, una modalità, un metodo che potremmo forse riassumere così: la politica necessita di un controllo di legalità costante; questo controllo va esercitato senza condizionamenti, limiti o garanzie; la sua necessità e la sua infallibilità derivano da una sorta di superiorità morale della magistratura, chiamata – non è ben chiaro da chi – a guarire un Paese malato.

Non sappiamo se Greco condivide questa impostazione – di certo, diversamente da altri suoi colleghi del mitico pool, non ha più fatto proclami rivoluzionari o appelli al riscatto della patria – ma ci sentiamo in dovere di avvisarlo: il Fatto non si fida troppo di lui.

Dietro l’entusiasmo dei titoli, se guardiamo con attenzione, cova un dubbio, s’insinua una perplessità, alligna la diffidenza. La biografia di Greco, scritta da Gianni Barbacetto, si apre fra le fanfare (“Fece arrestare i primi socialisti nel 1985”) ma si chiude con un avvertimento: “Gli avversari interni – scrive Barbacetto senza far nomi – sostengono che si sia ormai legato troppo alla politica, che sia diventato anche più di Bruti attento alle ‘sensibilità istituzionali’, che dopo essere stato inflessibile con i Fiorani, i Ricucci e i Consorte, pochi anni dopo sia diventato morbido con Unipol e Mediobanca, che pensi più ai convegni che alle inchieste, che chieda troppe archiviazioni senza fare indagini adeguate”.

Ce n’è abbastanza per istruire un vero e proprio processo (i magistrati scrupolosi che lavorano in silenzio, si sa, non sono mai piaciuti a Travaglio), ma il Fatto per ora si limita ad avvisare il nuovo procuratore: “Avrà modo – conclude Barbacetto dopo il lungo elenco di critiche – di dimostrare di che pasta è fatto”. Magistrato avvisato, mezzo salvato.

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