Studiavamo Gramsci nel Brasile senza libertà

Dal giornale
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Da lui ci veniva l’idea che contro il regime serviva una strategia di alleanze per la conquista della democrazia

Gramsci in Brasile è ormai un autore abbastanza noto e con un numero stabile di lettori. La prima edizione dei Quaderni del carcere risale agli anni sessanta ed è stata ristampata alla fine del decennio successivo in un contesto di lotta contro la dittatura. Una nuova edizione dei Quaderni, integrata sulla base dell’edizione critica pubblicata in Italia nel 1975, è apparsa negli ultimi anni del secolo scorso, con diverse ristampe. Da decenni si registra una diffusa assimilazione del pensiero gramsciano. Le teorie di Gramsci sono diventate di uso comune e identificabili con i concetti «egemonia», «guerra di posizione», «rivoluzione passiva», «trasformismo», «americanismo» e altri. L’appartenenza di Gramsci alla storia del marxismo e del comunismo, appare del tutto evidente, anche se viene riconosciuto, ma non in maniera generalizzata, che si tratta di un pensatore politico originale. Dalla fine degli anni settanta, la progressiva diffusione del pensiero gramsciano ha contribuito ad alimentare un nuovo «programma d’azione» per la sinistra brasiliana: organizzare la lotta contro l’autoritarismo. Oltre a Gramsci, altri pensatori hanno animato questo movimento, come Norberto Bobbio, Hannah Harendt e Jürgen Habermas. Ma è stato con Gramsci che si sono inserite nella riflessione dell’universo della sinistra le tematiche e le visioni critiche della storia brasiliana in una prospettiva di lunga durata. Con la diffusione e l’assimilazione di Gramsci si comincia a pensare al Brasile guardando agli esempi di Germania e Italia, che non sono arrivati all’ordine borghese attraverso il percorso rivoluzionario francese. In sintonia con i riferimenti gramsciani, si riconosce che il Paese era di stampo occidentale e che la via autocratica lo aveva disegnato come un Paese moderno, soprattutto dopo il 1964. Ciò richiedeva una nuova lettura della democrazia da parte della sinistra. Senza di essa la sinistra non sarebbe diventata un attore importante nella lotta contro l’autoritarismo e le sarebbe mancata una visione di “alta politica” necessaria per andare avanti in una nuova situazione democratica.

Ispiratore di lotta
In quel contesto, il Gramsci che avremmo conosciuto non sarebbe stato quello della lotta operaia, ma il Gramsci ispiratore di una lotta politica generale, la cui traduzione politica si esprimeva nell’idea che, per combattere l’autoritarismo, era necessario «fare politica» e costruire alleanze finalizzate alla conquista della democrazia. Il Gramsci degli intellettuali, dell’egemonia e della guerra di posizione, si trovava ora in campo aperto, nel dialogo con le altre correnti di pensiero, in particolare quella liberale, giovando alla sinistra nel dibattito pubblico sulle questioni del pluralismo come ineludibile orizzonte politico-culturale: un dialogo al quale in Brasile né la sinistra né i liberali erano abituati. In sintesi, la diffusione delle idee di Gramsci contribuì a far maturare una prospettiva critica rispetto alla storia precedente, di forte matrice golpista e autoritaria, poco incline a rapportarsi alle tematiche direttamente connesse alla politica democratica.

Nel contesto della lotta per la democrazia in Brasile, il più importante saggio di taglio gramsciano è stato senza dubbio A democracia como valor universal, di Carlos Nelson Coutinho (1979), che ha rappresentato uno spartiacque nella cultura politica della sinistra brasiliana soprattutto per quanto riguarda la rivalutazione della democrazia. Il saggio ha avuto molti meriti ed è stato estremamente influente. Coutinho, tuttavia, valorizzava tematiche come «l’ampliamento dello Stato», aiutando la sinistra a comprendere la natura «occidentale» della società brasiliana, ma lasciava intendere anche che non si dovesse escogitare alcuna «lettura più complessa» del concetto di «rivoluzione passiva». Nel saggio del 1979, la visione della realtà brasiliana appare del tutto subordinata al leninismo evocato nel sottotitolo del secondo capitolo: «Il caso brasiliano: un rinnovamento democratico come alternativa alla via prussiana». L’enfasi non era irrilevante e non è stata occasionale. In diversi testi successivi, Coutinho si impegnò a definire la transizione brasiliana alla modernità capitalista identificando la rivoluzione passiva con una «prolungata contro-rivoluzione», per definizione reattiva al cambiamento sociale.

Questo è un tema importante della discussione su Gramsci in Brasile: se ammettiamo che il concetto della «via prussiana» descriva una situazione storica nella quale è stata annullata la possibilità per i soggetti antagonisti di esercitare, per via politica, un ruolo positivo nel processo di modernizzazione capitalistica, la domanda che viene spontanea è se la categoria di «rivoluzione passiva» è stata elaborata da Gramsci per concepire o per escludere il ruolo storico dell’antagonista politico. Luiz Werneck Vianna, nel suo libro Revolução passiva: americanismo e iberismo no Brasil (1997), risponde affermativamente a questa domanda chiarendo che anche nella rivoluzione passiva si può sviluppare l’azione di un attore che rappresenti una «antitesi vigorosa» e impegni in maniera intransigente tutte le sue possibilità (p.78). La rivoluzione passiva come criterio d’interpretazione dei processi storici utile ai gruppi sociali portatori di cambiamenti, «a cominciare da una corretta valutazione delle circostanze che frenano il suo successo immediato e fulminante», li rende capaci, dice Vianna, «di competere per l’egemonia in una lunga “guerra di posizione” e di orientare il loro impegno verso un trasformismo di segno positivo, scardinando così molecolarmente l’egemonia dominante e cercando al tempo stesso ciò che dovrebbe venire dopo. (…) L’esplorazione di un trasformismo dal “registro positivo” è indicativa dei nuovi processi della società brasiliana, soprattutto dopo l’istituzionalizzazione della democrazia politica verso la metà degli anni 80». Quindi, la rivoluzione passiva è un criterio di interpretazione «che potrebbe essere utile per rovesciare la direzione del trasformismo, da negativo a positivo». Grazie a questo concetto, Gramsci crea «la possibilità di una rilettura del marxismo come teoria della trasformazione senza rivoluzioni “esplosive” di tipo francese».

In verità, nella storia brasiliana rivoluzioni “giacobine” non sono mai avvenute. Le grandi trasformazioni storiche del paese furono molecolari o caratterizzate da una dialettica senza sintesi, all’interno della quale gli elementi della novità e della modernità furono introdotti, il più delle volte, da gruppi sociali precedentemente contrari alla modernizzazione. I cicli della “rivoluzione passiva alla brasiliana” vanno dalla fondazione dello Stato nazionale fino al recente processo di democratizzazione vissuta dal Paese, passando per il periodo di Vargas, per la democrazia del 1946 e per l’autoritarismo militare degli anni sessanta e settanta. In questo lungo periodo storico, lo Stato ha assolto il ruolo di agente modernizzatore capace di guidare le trasformazioni storiche, di solito senza la partecipazione della società civile, imponendo la logica del conservare-cambiando. Questa logica comporta che le trasformazioni storiche in Brasile avvengano senza urti violenti al fine di preservare l’egemonia dei gruppi sociali dominanti più arretrati.

Ai nostri giorni, deludendo grandi aspettative, i governi del Partido dos Trabalhadores (Pt) in carica dal 2002 non hanno rappresentato un’alternativa al lungo processo di “rivoluzione passiva alla brasiliana”. Al contrario hanno guidato la modernizzazione unendosi alle élites agrarie e industriali e ricollocandole nel seno di uno Stato enorme, completamente dipendente dal potere esecutivo. L’aumento della possibilità di consumare delle classi popolari fa parte di questa strategia e la figura di Lula è diventata essenziale a questo tipo di trasformismo. Nato nell’ambito del moderno parco industriale di San Paolo, cioè, della faccia «americanista» più visibile del paese, il Pt al governo è andato gradualmente alla deriva verso l’antica tradizione «iberica» della supremazia dello Stato sulla società. Il Pt non è altro che una particolare “monografia” del Brasile, articolata in una sintesi di americanismo e iberismo. In questa sintesi, lo Stato continua a contrapporsi alla società civile, controllando molecolarmente le trasformazioni, seguendo la logica del conservare-cambiando, impedendo di conseguenza lo sviluppo autonomo della società civile.

Mutare le relazioni tra la società civile e lo Stato e fare in modo che i cambiamenti incidano sulla conservazione, non significa adottare una specie di “antirivoluzione passiva”, introducendo rotture di tipo giacobino. Trasformare il carattere recessivo della “rivoluzione passiva alla brasiliana” richiede la costruzione di una cultura politica repubblicana, che contribuisca alla nascita di una società civile autonoma, capace di associarsi politicamente per guidare i destini del Paese. È questa la sfida sul tappeto: individuare realisticamente gli obiettivi e i parametri per una grande riforma della politica, di stampo repubblicano, capace di invertire i termini dell’attuale “rivoluzione passiva alla brasiliana” e, allo stesso tempo, ricomporre la fiducia del Paese nel continuare a sperimentare e ampliare la democrazia politica.

Il pensiero di Gramsci vive oggi in Brasile essenzialmente attraverso una disgiunzione. Da un lato, abbiamo il Gramsci della «politica democratica», ovvero dell’egemonia politica come «egemonia civile». D’altra parte abbiamo il Gramsci come espressione della «politica rivoluzionaria». Nella prima lettura la rivoluzione non è più il centro dell’elaborazione politica e la prospettiva si è spostata verso il tentativo di portare l’idea della rivoluzione passiva fino ai suoi limiti, cioè di attivare permanentemente e in maniera intransigente la politica democratica nella prospettiva di un rovesciamento della lunga rivoluzione passiva alla brasiliana, per darle finalmente un’altra direzione. Questa prospettiva implica che Gramsci nella sua evoluzione si distanziò dalla originaria connotazione rivoluzionaria, distaccandosi da un marxismo che faceva riferimento ancora all’epoca storica delle rivoluzioni. D’altra parte, la prospettiva di “un altro Gramsci” si è frazionata gradualmente in “altri Gramsci”, mantenendo, tuttavia, nel variegato spettro delle rappresentazioni, un duplice indirizzo: rappresentazione di classe, come è stato in precedenza, e quindi prospettiva rivoluzionaria, e, nell’altro senso, rappresentazione come conservazione e diffusione dell’immaginario rivoluzionario, nel quale s’intendono proteggere i simboli e i significati di un’epoca rivoluzionaria finita da decenni.

 

*Alberto Aggio è docente di Storia contemporanea dell’America Latina presso l’Università statale di San Paolo (Unesp) e Presidente della Fondazione Astrojildo Pereira con sede a Brasilia. Ha insegnato all’Università di Santiago del Cile e di Compostela in Spagna; autore di numerosi saggi sulla storia dell’America Latina e sul pensiero di Gramsci, collabora al sito “Gramsci e il Brasile” (www.gramsci.org) e alla rivista “Política Democrática”. Il testo pubblicato è la sintesi della relazione presentata al seminario Gramsci in Brasile organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci il 25 novembre 2015.

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