Studiare e risalire alle fonti per capire la riforma costituzionale

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Assemblea costituente

Da nessuna parte nei verbali dell’Assemblea costituente ho rintracciato pericoli di attentato alla democrazia o di messa in dubbio della volontà popolare

Si legge nei verbali delle sub commissioni dell’Assemblea Costituente (per chi volesse, si trovano conservati all’Archivio Centrale dello Stato dell’Eur, a Roma, qualcosa però potete trovarla sul sito della Camera, oppure, per i volenterosi, cercatevi in biblioteca Piero Aimo, “Bicameralismo e regioni: La Camera delle autonomie. Nascita e tramonto di un’idea. La genesi del Senato alla Costituente”, edizioni di Comunità, 1977), che il partito d’Azione (che da sempre considero la riflessione politica più vicina a me, laica, riformista, moderna, socialista, europeista prima che l’Italia repubblicana ci fosse, quello che vorrei fosse il Pd) in cui confluirono le Brigate Partigiane di Giustizia e Libertà, nelle sub commissioni della Costituente, era estremamente contrario a una seconda camera doppione della prima, mentre era favorevole a una seconda camera che portasse il segno di un regionalismo possibile dentro il Parlamento, con rappresentanti scelti nei futuri consigli regionali e tra i sindaci, e con figure di personalità influenti dei territori. Doveva chiamarsi “camera delle autonomie” o “camera delle regioni”. Dunque non eletta a suffragio diretto, ma per così dire indiretto, cioè era una selezione di eletti in organismi territoriali e di quegli organismi dovevano essere voce. Un contrappeso dunque tra centrale e periferico, non tanto un contrappeso decisionale interparlamentare per limare le leggi. Per il PdA era giusto che le voci locali, filtrate dalle istituzioni regionali, arrivassero in seno all’istituzione centrale, statale, per costruire un pluralismo nell’unità, vero segno di democrazia compiuta. Il Pci concordava, inizialmente, con motivazioni diverse. La Dc era di tutt’altro avviso, le macerie della guerra e uno stato unito tutto da costruire rischiavano di confondersi in regioni che potevano sembrare staterelli, sentiva che il pluralismo sarebbe arrivato un giorno, ma era presto, troppo presto per metterlo nero su bianco, così, nel Parlamento.

Ancora, per il PdA, repubblicano fino all’osso, persino il termine, “Senato”, era troppo vicino alle istituzioni monarchiche albertine e al retaggio fascista e, come proposto dalla DC, un doppione della camera, non convinceva affatto i riformisti del PdA, che lo consideravano uno sguardo al passato non al futuro.

Il dibattito fu accesissimo nel ‘47. Difficile, anche perché le regioni in effetti non esistevano ancora, nemmeno l’Italia c’era, la Sicilia pericolosamente in bilico ( dopo la guerra erano in molti a vedere il pericolo di disgregazione di un’unità statale che doveva ancora formarsi, tra questi scettici verso le istituzioni regionali, pericolose in tal senso, il dc Moro; le regioni poi nacquero negli anni 70, quando ormai l’Italia era Stato unito e consolidato; venne il tempo dunque di dare forma concreta agli enti territoriali regionali). “Ma se non serve a dare voce agli enti del territorio, alle figure più nobili delle periferie del paese, a cosa serve una seconda camera, uguale alla prima, che assomma mille rappresentanti, che non abbiamo manco dove metterli? Mille a far la stessa cosa? Mille a decidere? Mille a non decidere nulla!”. Oggi, azionista convinta, mi permetto di dire, appunto. Col facile senno di poi. Ma è bene riprenderle quelle discussioni, perché sennò è senno novello.

Le regioni dunque non nacquero subito e nel ‘47 ebbe la meglio la Dc, sia per il nome, Senato, come anche per funzione, per il bicameralismo paritario proposto, verso cui si erano opposti il PdA su tutti e, inizialmente, anche il Pci; Ma non pensate che ci furono pro e contro netti, scontri apocalittici, strumentalizzazioni di parte, come siamo abituati oggi, no no; il dibattito evolse, le posizioni man mano variarono, non ci furono blocchi chiusi di “noi” e “voi”, ma tesi discusse insieme, che si andarono evolvendo con estrema dignità e tono del dibattito sempre fermo nel merito, anche tra le sinistre e le destre, nonostante ferite ancora sanguinanti; Andavamo a scrivere la Costituzione, perbacco! Non ci si poteva né dividere, né chiudere; il Pci mutò posizione ad esempio, cosa accettata e ammessa, il pdA no, segno di coerenza e rigore? Da azionista mi dico che oggi il PdA non esiste più e mi ripeto con Darwin, come non sia la razza più pura, o più intelligente, o più rigorosa che resiste e serve, ma quella che si adatta; no, il PdA non mutò idea, ma accettò le ragioni degli altri e la mediazione, che votò anche il PdA, attenzione, fu: il bicameralismo paritario, con il Senato passava, era implicito che nascesse monco, per assenza delle regioni, meccanismo dunque da rivedere in futuro, in base alle successive organizzazioni territoriali ancora da venire. Ma il PdA dichiarò comunque “abbiamo creato un mostro”. Da nessuna parte nei verbali ho rintracciato pericoli di attentato alla democrazia, o di messa in dubbio della volontà popolare, nell’uno come nei mille altri schemi proposti.

A partire dagli anni ’70, nate le regioni e verificato il meccanismo imperfetto del bicameralismo paritario, di cui nella pratica si ravvisavano anche le difficoltà e le lentezze procedurali di approvazione delle leggi, riparte dunque la rielaborazione e la riflessione sul superamento del bicameralismo sia per snellire i tempi di approvazione delle leggi sia in rapporto al regionalismo vs federalismo. E quella del federalismo è un’altra storia, mal risolta perché anche quella schiantata sul presente e sulle demagogie, non sul merito e sul futuro; e poi c’è stata la riforma del titolo V, che ha arricchito ancora la questione. Il tema è sempre la rappresentanza delle regioni in seno agli organismi centrali, Parlamento e/o Corte Costituzionale. Ma il PdA negli anni ’70 già non c’era più. E il tema questo è ancora oggi. Se vogliamo spostarlo al tema della rappresentanza popolare e dell’autoritarismo eventuale, facciamolo pure, ma dovremmo sforzarci molto a trattar questo tema con l’argomentazione “lo spirito dei nostri padri” o “i valori partigiani”, perché tra i nostri padri partigiani c’era il ventaglio di tutti gli schemi parlamentari e di ogni genere di procedimento legislativo.

Ricordo a me stessa che del PdA facevano parte tra gli altri: Altiero Spinelli (ovvero Europa), Pietro Calamandrei, Foa, Ugo La Malfa, Leone Ginzburg, Eugenio Montale, Tristano Codignola (Matteo, è per te, azionista fiorentino in seno alla Costituente, poi arrivarono, è questa è tutta la mia vita: Adriano Olivetti (ovvero la via italiana all’impresa coniugata a socialismo, cultura, modernità e ambiente) e Norberto Bobbio. Esattamente la mia biografia dell’anima. Tutti partigiani, tutti antifascisti.

Ora, che non le ricordi io o voi queste cose, miei ventiquattro lettori, ci può stare ( ma anche no) e ce le stiamo coscienziosamente ripassando, ma che se le dimentichi l’Anpi e alzi la voce in nome di un passato che forse non sta riportando correttamente, a me provoca dubbi e domande. Ma quello che più mi fa male è il tradire non tanto quei contenuti, ma quei modi, il dialogo, l’ossessione al dialogo che fu dei nostri padri dov’è finita amici dell’Anpi? Cosa racconto io ai nostri studenti? A quale esempio di oggi mi appiglio se non a voi? L’ossessione del dialogo, questo è il senso della Carta Costituzionale più difesa ma meno praticata del mondo.

Certo in settant’anni mutano le idee e le cose, ovvio, Darwin docet, ma troviamo gli argomenti attuali, legittimi, per confutare le cose che non ci convincono, è doveroso farlo, ma non siano tali argomenti “Renzi a casa”, se non siamo d’accordo dialoghiamo sulle cose scritte ma non stravolgiamo il passato e la nostra storia, che poi è la nostra identità, se vogliamo rimanere nel merito: nessuna di “deriva autoritaria” tra le critiche, nessuno ne parla nei verbali quando qualcuno propone schemi letteralmente uguali a quello che si propone oggi. E nessuna di “procedimento complicato”, anzi, più complicato fu quello votato. Questo il merito, andiamo al senso.

Il senso della costituente si chiamò dialogo, mediazione, rispetto, unità. Superamento delle parti e pratica comune nel terreno diverso. Questo fu il senso. Non “io non vengo” e “tu non vieni”. Vale per tutti.

Andiamo alla legge elettorale votata appena appena adesso, delle due l’una: o il Parlamento va rispettato nelle sue decisioni e dunque a noi toccherebbe un rispettoso silenzio, non solo a noi ma anche a chi quella proposta l’ha votata, oppure quel Parlamento così com’è disposto e strutturato non funziona, e ripartiamo dunque dai miei azionisti adorati, abbiamo creato un mostro, che non solo discute da 70 anni su una legge di riforma costituzionale, non so da quanti di una legge i riforma elettorale, ma, udite udite, appena ne vota una, se la rimangia subito, dopo nemmeno dieci minuti. Abbiamo creato un mostro e, cari Spinelli, La Malfa, Codignola, Calamandrei, avevate ragione eccome. Avevate ragione anche a mettere prima delle vostre ragioni la necessità della decisione e della sintesi. Perché stavate scrivendo la Costituzione di tutti e non le ragioni di qualcuno, non il vostro posizionamento politico ma il vostro posto nella Storia, oggi nessuno vi ricorda perché la vostra ipotesi è stata accantonata, ma vi si ricorda per il modo, per i valori, per lo spirito. Ma, della ragione al di là delle ragioni di allora, sembrerebbe importare zero, persino a coloro che adesso parlano in voce vostra. E anche del vostro esempio di ostinato dialogo sembra importare poco.

Se vogliamo essere rispettosi della Costituzione, non ci dobbiamo innamorare di noi stessi, e nemmeno di una tesi, e nemmeno di quanto consenso elettorale otteniamo, o di come ci posizioniamo in modo netto e visibile, in modo da poter scagliarci contro l’altro ben disegnati in cima alla collina con le frecce pronte a mostrare uno scontro tutto muscolare, no, e nemmeno lo dobbiamo fare per reazione a scelte non condivise di questo governo (è legittimo ma non tiriamo in ballo valori e padri perché stiamo solo votando per reazione a interessi, legittimi certo, ma personali, poco c’entrano col merito e meno che mai coi Padri). Se davvero vogliamo difenderla dobbiamo invece seguire quegli intenti difficili, densi di oneri e non di onori, più di testa che di muscoli: unità, confronto, rispetto, dialogo, mediazione, contraddizione, ripensamenti e poi, infine, sintesi. Vale anche per me.

Seguiamo l’esempio di Moro, dc, e Marchesi, pci, (nei verbali sugli articoli 33 e 34 trovo il primo a difendere le ragioni della laicità e il secondo quelle delle scuole confessionali, ma questa è un’altra storia), mettiamoci a volte a difendere le idee altrui, a guardare le cose anche con gli occhi degli altri, per avere difese le nostre e per trovare sintesi adeguate e oneste che fanno il bene del paese non quelle della nostra parte. In pace e serenità, con confronti dialettici sugli argomenti e non con scontri personali che a poco portano, posto che ogni opinione, purché fondata, è legittima. Del resto, se ci si dibatte da 70 anni 70 un motivo c’è: la questione è iper complessa.

Questo fu lo spirito dei nostri padri e prevalse sulle ragioni delle parti: trovare una mediazione unitaria, portare a sintesi idee completamente diverse. Significava porre le basi di un metodo, e la democrazia è metodo, trovare una sintesi democratica, metafora per quello Stato Unito che tutti disperatamente volevano. Anche tra i partigiani c’erano idee diverse, venne fuori nei dibattiti e quelle idee diverse si ritrovano nei verbali. Nessuno si appropri dunque di un solo verbo perché abbiamo bisogno di verbi diversi per riaffermare la forza di una democrazia che è metodo e quel metodo si chiama rispetto, ma si chiama anche dialogo, significa incontrarsi da qualche parte e avere il coraggio di affermare più gli incontri che gli scontri.

Se si ravvisa che la legge elettorale, così come uscita dal Parlamento (ricordo a tutti, compresa l’Anpi, che è uscita da un dibattito e da un voto parlamentare), crea attriti combinandosi con lo schema della Riforma proposto, non questo schema è da rifiutare in blocco, ma quella legge da migliorare. E sia detto ripetutamente che sono due cose diverse.
Perché a me sennò pare solo currivu (ripicca), mi pare un “megghiu nuddu ca iddu”. Ed è questa chiusura al dialogo, non il contenuto della Riforma, a tradire lo spirito della Costituzione. C’è chi rema per lo scontro, e lo fa per biechi motivi elettorali, c’è chi cerca solo il consenso e non il meglio del Paese, c’è chi vuole abbandonare il Paese al populismo e alle demagogie. Ma non possiamo essere noi e non può essere l’Anpi ad adeguarci a quella deriva. Assolutamente. Diciamocelo in faccia e con dovuta onestà. Costringiamoci a un confronto nel merito anticamera di sintesi. Sarà la capacità di sintesi e non altro la misura della nostra aderenza al metodo indicato dai padri della Costituzione.

In questi giorni ho avuto modo di stare in giro, tra periferie delle città e luoghi più interni, in Sicilia, la regione più povera e con il più alto tasso di dispersione scolastica d’Italia, non con i palcoscenici, ma riparata nel silenzio e nei discorsi. Le persone comuni hanno altre urgenze, lo dico al mio partito lo ripeto a me stessa, alcune di queste veramente gravi. Hanno bisogno di risposte che non creano voti, spesso non sanno nemmeno “perché litighiamo”, molti non hanno gli strumenti culturali di base per apprezzare sfumature su cui ci accapigliamo da decenni, e io, al prossimo che non comprende che la vera emergenza costituzionale in questo Paese sono i divari cognitivi, gli alzo le mani.

Non c’è odio verso la destra o la sinistra, attenti, ma verso le élites. Di qualunque tipo. Si sta creando una diffidenza verso la cultura e la conoscenza, vista come anticamera della presa in giro, che l’Azzeccagarbugli manzoniano gli fa un baffo a come i ceti popolari giudicano le classi dirigenti colte di questo paese, segno che oggi come cento anni fa l’accesso alla cultura è ancora in salita; sta nascendo e crescendo un’invidia sociale indistinta e generalizzata che vede il male in chi sta meglio e semina rancore in chi sta peggio e genera voglia di ripicca, costante e indifferenziata. Ignoranza, povertà e invidia sociale sono facili prede delle demagogie. Ho visto un altro Paese, in alcune zone prigioniero di paternalismo feudale, che non conosce altre logiche se non la clientela, che urge risposte, non per motivazioni geopolitiche ma per emergenze tutte nostre. Per mio conto sono fiera, concedetemelo, che il governo del mio partito sia stato il primo a mettere soldi e tanti in un piano contro la povertà e contro la povertà educativa, anche se sono provvedimenti che non creano consensi, come tutti i provvedimenti destinati a chi non vota, poveri e figli dei poveri, e non li creano nemmeno in chi vota, nemmeno tra le fila degli elettori di sinistra. A chi frega dei poveri? A nessuno. Urlava don Milani. Se non per andare a razzolar voti facendo leva o sul rancore forcaiolo o sul bisogno clientelare, mantenendo fossati sempre più ampi e profondi, e sono questi oggi i veri “noi” e “loro”. Sentimenti e condizioni che non hanno sfumature o lentezze, compresi da tutti, tranne che da chi non vuol capire. Nessuno si senta assolto. Eppure questi due provvedimenti invisibili sono l’ancora di salvezza più adeguata per la democrazia, per tentare di colmare quei fossati, contro le demagogie anticamere di autoritarismi, certamente non le discussioni sul vengo anch’io no tu no alla festa dell’unità. Sono fiera e commossa e vorrei raccontarlo a Olivetti, a Spinelli, a Calamandrei, visto che oggi non trovo a chi dirlo.

E allora siamo doppiamente responsabili di fare e di decidere, di costruire un paese più veloce ed efficiente che dia risposte e le dia subito, prima che la Storia ci travolga. Abbiamo bisogno di riordinare i nostri ordinamenti per dare di nuovo spinta alle persone, a quelle persone con cui ho parlato, quelle che non ci credono più, né agli altri, né a sé. Abbiamo bisogno di ricostruire quel paese socialmente più coeso, meno egoista e rancoroso, che immaginarono quei padri, non con sermoni ma dando l’esempio. Il loro esempio, di rigore, di rispetto, di sintesi, arriva vivo e forte da settant’anni fa; il nostro sarà farsi esempio? Non è retorica, né buonismo, è necessità, è metodo, è rigore, è schiena dritta, prima che la diffidenza ci mangi persino la vita.

A tutti dico: ciascuno, al di là di chi dice cosa, deve convincersi da sé, anche studiando un po’, e, con estrema serenità, decidere in cuor suo, senza divisioni o rotture, perché non finisce mica il cielo. A casa mia io la penso in un modo, mio fratello in un altro, mia madre è più vicina a mio fratello, mio padre a me. Eppure siamo una famiglia unita, molto. Direi di decidere tenendo fuori dalla porta le liti, le divisioni, le estremizzazioni, i governi, il presente, il proprio interesse o quello altrui, ma studiare e approfondire bene è doveroso, quasi con un sorriso interiore, quello solitario del proprio pensiero. Non troverete né il sì, né il no, approfondendo. Troverete alcune informazioni, che però vi invito ad approfondire ulteriormente e un metodo. Cercate sempre di risalire alle fonti, che non sono le discussioni on line, o il presente, o le divisioni, o, peggio ancora, gli insulti, ma le radici delle questioni, anche per capire come farle crescere, o potarle, o innaffiarle, o sposarle, o confutarle e, se dobbiamo sposare qualcosa, sposiamo quel metodo.
currivu“LA CASA PIU’ STRETTA DEL MONDO SI TROVA A PETRALIA SOTTANA, SULLE MADONIE, ED HA LO SPESSORE DI SOLO UN METRO. VIENE CHIAMATA “A CASA DU CURRIVU” PERCHE’ COSTRUITA PER RIPICCA PER OSCURARE LA VISUALE DEL COGNATO”
La “casa du currivu” esiste già, sta a Petralia. Evitiamo di farne altre.

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