Strage climatica, le governance mondiali non restino ferme

Ambiente
Un'immagine del maltempo ad Olbia dove diversi quartieri  sono sott'acqua a causa dell'esondazione del rio Siligheddu, OLBIA 1 OTTOBRE 2015. ANSA

Spetta ai grandi della Terra tra poche settimane chiudere con i fallimenti di trent’anni

Siamo tutti colpiti dall’ultima strage climatica. La natura sa essere brutale e spietata, ma colpisce da sempre e lo farà sempre quando e come vorrà, anche con l’abilità del distruttore senza misericordia. E’ un nemico naturale, aggettivo che deriva dal sostantivo natura perché naturali sono gli eventi, anche se li abbiamo definiti “estremi” nel tentativo di essere rassicurati almeno dalle parole. Questo lo abbiamo capito a nostre spese. Basta guardare al nostro primato italiano in perdite di vite umane e in danni economici da calamità naturali con il conto aggiornato, tra il 1945 e il 2015, di 4419 località colpite distribuite in 2458 comuni e in tutte le regioni dove frane e alluvioni hanno causato 5455 morti, 98 dispersi, infinite bolle di dolore e sofferenze, e 3,5 miliardi in risarcimenti e riparazione dei danni ogni anno dal dopoguerra. La natura non è qualcosa di statico, concluso e definitivo. Dietro l’immagine da cartolina, oggi nel fango, della Costa Azzurra, come dietro le immagini struggenti della Costa Smeralda o delle Cinque Terre, della Maremma o dei Giardini Naxos colpite e infangate da nubifragi e alluvioni, ci sono paesaggi costruiti, risultato di millenari delicati equilibri tra fattori fisici e ambientali e di un lunghissimo processo di modifiche e manomissioni ambientali, anche radicali.

Quel che vediamo oggi, insomma, è il risultato di come l’ambiente è stato incorporato nella storia. Ma il fatto nudo e crudo è che le leggi che governano l’evoluzione naturale non coincidono con quelle che governano le società umane. E le società moderne hanno un problema, e il problema è un dettaglio che sfugge. Perché dietro ogni alluvione e dietro ogni frana (per non dire degli effetti impressionanti di un terremoto sulla nostra penisola) c’è sempre un dettaglio, e quel dettaglio siamo noi. È il nostro contributo alla catastrofe dovuto alla impreparazione e alla scarsa coscienza del rischio, al massacro dei territori, alla cinica assuefazione alle emergenze, al fatalismo, alla baldanzosa presunzione di potercela cavare in ogni caso, toccando magari cornetto di corallo o affidandoci al santo protettore. Alla cronica e generalizzata tendenza a rappresentare i temi ambientali, e il problema dei problemi della mitigazione e dell’adattamento al clima che è ormai mutato, come un optional o un lusso secondario e non come una priorità delle agende nazionali e continentali. Come se le conseguenze dei mutamenti climatici non avessero ripercussioni immediate sulle nostre vite, sui flussi migratori, sulle povertà, sull’economia, sulle infrastrutture, sulla produzione agricola e industriale, sulla spesa pubblica, sulla sicurezza e dunque sul futuro e sulla stessa credibilità della politica.

L’ultima lezione che arriva dal sud della Francia è chiarissima. Tutte le previsioni economiche e scientifiche, ormai largamente condivise, avvertono che senza interventi seri e concreti, nell’area molto vulnerabile del Mediterraneo le esplosioni climatiche potranno aumentare con un fattore moltiplicativo da 3 a 14. E i danni sono direttamente proporzionali allo stato di dissesto idrogeologico di un territorio. Sarebbe da pazzi lasciare le nostre città in balia del corso degli eventi naturali. È pura illusione per le governance mondiali rimanere fermi perché continueremmo solo a segare il ramo sul quale siamo seduti e ad consolidare stati di rischio. L’Italia sta correndo per riuscire a liberarsi dell’eredità infamante del dissesto doloso e colposo. Le opere di difesa strutturali, dopo quarant’anni di chiacchiere, finalmente sono in progetto e in cantiere. Ma ora deve correre il mondo che in un intervallo trascurabile rispetto alla storia biologica del pianeta, in un flash di appena tre generazioni in un secolo e mezzo di straordinaria storia industriale dell’umanità, ha mandato in tilt e accelerato il ritmo lentissimo dell’evoluzione del clima. In questo infinitesimo matematico, l’homo sapiens è riuscito a concentrare in atmosfera quote sempre più grandi di gas climalteranti, prodotti dall’uso di combustibili fossili, sparato con tranquilla incoscienza. Più aumenta la sua concentrazione, più sale la temperatura media globale. Più sale la temperatura e più aumentano bombe d’acqua, temporali autorigeneranti, cicloni, tifoni. Il cerchio crudele si chiude. Spetta ai grandi della Terra, tra poche settimane, a Parigi per la conferenza mondiale dell’Onu sul clima, chiudere invece l’andirivieni fallimentare trentennale da un summit all’altro, assumendo finalmente impegni da far rispettare. Un altro fiasco ci condannerà alle catastrofi e al loro altissimo costo soprattutto in vite umane.

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