Stiamo attenti al Brignano che è in noi

Il Sanremone
Italian actor Enrico Brignano performs on stage during the Sanremo Italian Song Festival, at the Ariston theater in Sanremo,  Italy, 12 February 2016. The 66th Festival della Canzone Italiana runs from 09 to 13 February. ANSA/ETTORE FERRARI

Il comico ospite ieri sera ci ricorda il carattere nazionalpopolare del Festival. Uno sketch sciocco per il quale per fortuna gli italiani ridono sempre meno

Il Festival di Sanremo, come si dice almeno dai tempi di Pippo Baudo, è nazionalpopolare – c’è chi lo considera un complimento e chi un insulto: e anche questa polarità è parte essenziale del suo essere, effettivamente, nazionalpopolare – e dunque per necessità onnicomprensivo, ecumenico, multistrato. Per quanto si spinga avanti, moltiplicando festosamente i colori dell’arcobaleno, anche deve ricadere all’indietro: è la dialettica della realtà.

Per questo la serata di ieri – premiata da un ottimo 47,8% di share: con il dato di ieri, la media delle prime quattro serate è di 10 milioni 607mila spettatori (48,7%), il risultato più alto degli ultimi 11 anni – ha giustamente ospitato il lamento neosessista e veteromaschilista di Enrico Brignano: perché a Sanremo non si butta via niente, non si può buttare via niente.

Lo show di Brignano era articolato in due parti: nella prima, secondo i luoghi comuni e i tic della commedia sexy degli anni Sessanta e Settanta, la donna appare come una monaca complessata capace di rovesciarsi all’istante in una pornostar. “La donna si nega”, spiegava Brignano, e soltanto “dopo tre ore di trattativa, per sfinimento, si concede”; ma quando si concede, l’esplosione è incontrollabile – corsetti, autoreggenti, pizzi, tanga e, proprio come nei fumetti che i militari di leva compravano all’edicola della stazione, l’immancabile urlo che ogni maschio si attende: “Dimmi che sono la tua maiala”.

La seconda parte dello show era invece dedicata alla paternità, frutto agrodolce della lussureggiante “trombata” (sic) al centro della prima parte. E qui il protagonista è naturalmente il maschio, che non ha alcuna intenzione di diventare padre perché “si sente ancora un figlio”. La retorica tradizionale del bamboccione è irrobustita da tutti i luoghi comuni del caso: il padre non sa che fare, non sa che dire, non sa come educare, non sa niente – tranne “trombare”, sebbene non sia dato conoscere il giudizio della partner –, ma ha un cuore grande come uno stadio di calcio e, ai primi vagiti dell’incolpevole bebé, si scioglie in una solenne dichiarazione: “Mi insegnarai tu come si diventa grande”.

Difficile immaginare uno sketch più ovvio, triviale, sciocco e triste. Brignano ci ha offerto – e di questo dobbiamo essergli grati – uno squarcio puntigliosamente realistico sul lato più malinconico del nostro carattere nazionale: il sessismo da Bar Sport (con la sua causa più evidente: il mammismo deresponsabilizzante). Una parte di noi – parlo dei maschi, naturalmente – continua a sognarsi come l’ha dipinto Brignano: cacciatore ardito e irresistibile, seduttore di madonne angelicate e trombatore di scatenate maiale, spensieratamente felice della propria inettitudine, psicologicamente infantile, piagnone, insuperabile nell’autocommisarazione e nell’autoassoluzione.

L’accoglienza del pubblico in sala, più sconcertata che fredda, fa ben sperare sul sentimento prevalente fra gli italiani: se non ridono più, o ridono di meno, vuol dire che si percepiscono diversi (ridiamo soltanto della nostra caricatura, per esorcizzarla). Ma il Brignano che è in noi è sempre in agguato, pronto a colpire, e dobbiamo ringraziare Sanremo per avercelo ricordato.

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