Stefano Di Michele, ricordo di un notista particolare

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E’ stato un giornalista dell’Unità per più di un decennio tra la fine degli ottanta e il 2000 e quindi del Foglio. Scriveva articoli lunghissimi capaci di raccontare quello che vedeva come un “teatrino”, pieni di humour

Stefano, nell’immagine che chi lo ha conosciuto si porta dietro, era un ragazzone col volto tondo e la barba nerissima, facile al sorriso, la voce bassa, acuto e ironico ma, a suo modo, un po’ naife. Stefano, Stefano Di Michele non c’è più. È morto in un ospedale di Fonte Nuova il paese vicino a Roma che una volta si chiamava Tor Lupara ed era la borgata in cui la sua famiglia era emigrata dall’Abruzzo. Stefano è stato un giornalista dell’Unità per più di un decennio tra la fine degli ottanta e il 2000 e quindi del Foglio. Scriveva articoli lunghissimi capaci di raccontare quello che vedeva come un “teatrino”, pieni di humour.

L’ha ucciso in pochi mesi un tumore. L’Unità e il Foglio, strana accoppiata dirà qualcuno. Ma lui difendeva la scelta nata un po’ per caso quando il giornale che con suo nonno aveva diffuso quand’era ragazzino chiuse nel 2000. Gli arrivò – raccontava lui – una telefonata di Giuliano Ferrara che conosceva appena ad offrirgli un computer e una scrivania. Stefano all’Unità aveva un ruolo quasi unico, gli era permesso di scrivere pezzi coloriti e strambi, assecondando quel suo dono strano di far amicizia facilmente con tutti, specie con quelli politicamente e culturalmente più lontani. In Transatlantico era diventato il preferito di Vittorio Sbardella, il più cattivo degli andreottiani, quello che chiamavano lo squalo. Si scambiavano battute e poi Stefano sul giornale lo fustigava a sangue ma sempre con l’aria di “reggergli il gioco”. Inventò uno stile che poi in molti hanno seguito, uno stile leggero e un po’ barocco dentro al quale però stava un po’ stretto. A gettarlo nella mischia della politica nazionale era stato come direttore Walter Veltroni e Stefano gliene era sempre stato riconoscente.

Quando arrivò al Foglio Ferrara lo mise a cercare notizie di politica. Ma – scriveva Stefano di se stesso – “io di politica non capisco niente e poi mi annoia profondamente. Riforme, federalismo, titolo V: potremmo anche avere la monarchia per me, non me ne frega niente! A me interessa solo il teatrino della politica. Quando si è reso conto che da me non cavava niente di politica, Veltroni mi ha lasciato libero di raccontare ogni teatrino che mi passava per la testa” .

Ora non prendete sul serio il suo disinteresse per la politica, perché coltivava passioni che gli venivano dai nonni comunisti, ma in fondo quello che gli premeva davvero era quel gioco, quelle maschere, quell’agitarsi di pulsioni e di brame che sapeva raccontare così accuratamente. In fondo quei suoi primi anni da giornalista, quella fine drammatica e un po’ ridicola della prima Repubblica, hanno lasciato un imprinting nel suo lavoro.

Nonni comunisti, poverissimi e semi analfabeti emigrati nell’estrema periferia di Roma da Basciano proprio sotto il Gran Sasso, una giovinezza in borgata, studi da ragioniere (“diplomato col minimo dei voti”, si prendeva in giro) Stefano aveva finito per avere una cultura da autodidatta e divoratore di libri. Una cultura raffinata e un po’ sghemba (mai le avanguardie, sempre un po’ retrò) che gli dava un’aria un po’ da dandy in opposizione al suo aspetto da orsacchiotto buono. Ha scritto spesso della sua famiglia, molto meno di sé per un senso di pudore.

Ci piace ricordarlo con le sue parole, con la scheda biografica che aveva scritto in terza persona, quasi un ironico autoritratto: “Ha studiato (con profitto) dalle suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti”.

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