Stati Uniti d’Europa

Europa
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Il progetto europeo è stato costruito a metà. È arrivato il momento di completare l’opera

«Ti perdesti una mattina in volo come ci si perde nella vita, senza rendersi conto che ci si smarrisce, scivolando poco a poco nel non trovarsi più». Con queste parole di Daniele Del Giudice è iniziato, mesi fa , il dialogo tra me e i lettori domenicali di questo giornale. Aggiungevo, in quel primo editoriale: «Nella storia dell’umanità è capitato più volte di cadere scivolando a poco a poco nel non trovarsi più». È capitato dopo la Prima Guerra Mondiale, in paesi colti e civili come la Germania e l’Italia e poi in altri. È capitato quando in Russia l’utopia del comunismo si è trasformata in uno spaventoso meccanismo di repressione delle libertà individuali e collettive e di ingiustizia sociale. Sta capitando oggi, quando una religione come l’Islam viene trasformata in una minaccia per l’umanità, con il corredo di sangue che accompagna sempre il cammino di chi vuole ridurre l’arcobaleno del mondo a un colore solo.

Mi sono tornate in mente, queste parole, vedendo le immagini di Bruxelles deserta, con le persone chiuse in casa, i cinema e la metropolitana chiusi, le partite di calcio rinviate e l’invito delle autorità a non frequentare luoghi affollati. Una città senza le persone è come una casa abbandonata. È un ossimoro. Questa volta è, diciamoci la verità, la più dura di tutte. Almeno per noi. Per noi figli di questa parte del mondo, per noi delle generazioni nate e cresciute dopo le guerre del novecento. Per noi che non abbiamo conosciuto i bombardamenti dall’alto e i rifugi freddi raggiunti precipitosamente, per noi che non abbiamo vissuto la paura degli ebrei e degli antifascisti di essere presi di notte e portati a morire in una doccia o impiccati per strada. Per noi che non abbiamo conosciuto le persecuzioni delle idee, che non abbiamo dovuto darci fuoco in una piazza di Praga come quell’eroe misconosciuto, specie a sinistra, che si chiamava Ian Palach.

Noi che abbiamo vissuto la più lunga porzione di storia occidentale esente da guerre, che non abbiamo dovuto soffrire il freddo della neve russa o non abbiamo dovuto scegliere, come a Cefalonia, tra la dignità e la vita; noi che siamo mediamente più ricchi, sapienti, nutriti e in buona salute di tutte le generazioni precedenti della storia ora siamo come attoniti, ci sentiamo vulnerabili. Pensavamo di essere come Achille, forti e invincibili. E invece un pugno di fanatici ci sta togliendo la fiducia, la speranza, il sorriso, la possibilità di incontrarci e di guardarci negli occhi. E ci sta facendo perdere il senno, tra deficienti che usano i social network per seminare paura e notizie false, politici furbacchioni che sperano di lucrare qualche voto sul corpo di quei ragazzi morti al Bataclan, autorità che per non rischiare di sottovalutare nulla finiscono per alimentare una spirale di terrore. In una lucida analisi di un giornalista del Guardian, Charlie Winter, resa nota sul suo sito da Internazionale, si riflette sulle ragioni strategiche dell’attacco di Parigi e, ora, di Bamako. Si invita a non avere reazioni emotive e puramente militari, a far prevalere la lucidità di una reazione politica all’altezza del disegno di jihadista che è uno e chiaro: “distruggere l’occidente”. Winter invita a leggere, nei colpi di kalashnikov, più bersagli. Isis vuole provocare una polarizzazione tra occidente e mondo islamico, spingendo ad una contrapposizione che aumenti il bacino di consenso per l’estremismo fondamentalista.

Secondo il commentatore del Guardian, un analista della storia dell’islamismo radicale, in questo disegno di scontro di civiltà il Daesh avrebbe messo in conto anche una radicalizzazione a destra della politica francese ed europea come auspicabile effetto indotto del caos provocato dagli attentati. Il secondo obiettivo è l’intimidazione diffusa, la strategia di mutamento della vita comune delle persone, il terzo è l’obiettivo di una escalation militare che rafforzerebbe la leadership jihadista nell’area e nel mondo islamico. Credo ci sia molto di vero, in queste riflessioni. È dunque il tempo degli statisti, non degli urlatori. Della ragione dei forti, non dell’isteria dei paurosi. Bisogna fare come nei momenti più alti della storia, quando la libertà è dovuta passare dalla cruna di un ago. Ci sono due coppie di temi che non debbono entrare in opposizione, altrimenti avranno vinto loro: identità e dialogo e libertà e sicurezza. L’identità nostra è un valore conquistato con tanto sangue e tanta sofferenza. Ed è fondata su uno dei presidi della convivenza umana, la coscienza del valore della diversità religiosa, politica , culturale. La libertà, unico valore indisponibile, è questo. Ed è il vessillo della nostra grandezza. Chi vuole partecipare della nostra vita deve solo accettare questo. Accettarlo senza riserve, senza distinguo. Noi siamo il prodotto di una storia che non ammette arretramenti su questo piano.

Non ci sono libertà e democrazia contrattabili, scoloribili, riducibili. Ma forti di questa coscienza orgogliosa dobbiamo dialogare e capire e fare sempre appello a quel milioni di esseri umani di religione islamica che vivono in pace nei nostri paesi, che lavorano con noi, i cui bambini crescono con i nostri, che muoiono con noi negli attentai dei terroristi. Non sono loro i nostri nemici, sono gli strateghi dell’orrore. Ma ora anche ai “fratelli musulmani” come li chiamò Giovanni Paolo II dopo l’undici settembre, dobbiamo chiedere di più. Dobbiamo domandare loro di essere protagonisti di una rivolta della loro gente contro gli assassini, della difesa dell’Islam come una religione di pace, capace di convivere con le altre. Le identità devono difendersi, non annacquarsi. Ma lo fanno solo dialogando. E assumendo insieme il rispetto delle diversità come l’essenza stessa della bellezza dei valori di libertà e di democrazia. Ho ascoltato, nelle parole di alcuni Imam come quello di Molenbeek o quello di Monfalcone, la coscienza di questo passaggio storico. E l’ho vista nelle manifestazioni di piazza contro il terrorismo promosse, finalmente, dalla comunità islamica. Perché loro possano chiudere ogni porta alla tolleranza con i violenti è necessario che non avvertano il muro contro muro.

La seconda coppia che non si può separare è quella tra libertà e sicurezza. E’ un confine molto labile e però decisivo. Le garanzie delle libertà di pensiero, di stampa, di manifestazione del dissenso devono essere rese compatibili con la sicurezza, non ridotte o compresse. Giovedì scorso, in una Bruxelles già spettrale, ho partecipato, su invito de Le Nouvel Observateur a un convegno sulla leadership in Europa. Discutevo con Michel Rocard, già primo ministro francese, Denis Macshane, ministro per l’Europa nel governo Blair, e con Martin Schultz, attuale presidente del Parlamento Europeo. Il direttore del settimanale francese, Mathieu Croissendeau, ci ha chiesto chi fosse il pilota dell’aereo Europa. Martin ha replicato dicendo che ce ne sono una trentina, nel cockpit, che litigano e non si mettono d’accordo sulla rotta. Io ho risposto, forse con più pessimismo, che l’aereo è stato costruito a metà.

La prima parte – fatta di Euro, Shengen, Lisbona – è stata portata a termina con lena e compiendo una storica missione. Poi ci si è fermati. Come dimostrano la incapacità di reazione comune alla recessione, la crisi dei migranti e ora la difficoltà nell’adozione di strategie comuni contro il terrore. L’Europa rischia, ad esempio, di perdere i suoi valori se si mostra prussiana con la Grecia in affanno e poi tollera la costruzioni di odiosi muri in Ungheria. Ho detto che la costruzione dell’aereo si è fermata prima che si realizzassero le ali. Continuo a pensare che senza una grande forza continentale, capace di unità politica e di comuni strategie sociali, finanziarie, di difesa e di sicurezza, il nostro continente, anche per ragioni demografiche, perderà peso e centralità. Di fronte alla tragedia di Parigi e al terrore di questi giorni credo che la risposta giusta sia la forza della ragione e la scelta di grandi visioni strategiche. Ci vogliono deboli, divisi, impauriti. Noi dobbiamo sconfiggerli con la forza, con la sicurezza nella nostra identità e nella nostra capacità di dialogo. Ed essendo uniti, nei singoli paesi e tra le forze che amano la libertà. Questo significa anche, nel nostro continente, riprendere il lavoro interrotto. Fare le ali, finire la costruzione dell’aereo. E scriverci sopra, ben visibile, “Stati Uniti d’Europa”.

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