Stanno rottamando Berlusconi ma l’asse lepenista vale il 15-20 per cento

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La battaglia di Roma segna la frattura della destra ma la rende meno competitiva

Sembra dunque che il centrodestra a Roma schieri due candidati contrapposti, Guido Bertolaso e Giorgia Meloni – anzi tre, perché c’è pure Alfio Marchini, inizialmente sostenuto da Salvini ma bocciato da Berlusconi; anzi quattro, perché corre anche Francesco Storace, appoggiato dagli ex An come Alemanno e Fini che non stanno in Fratelli d’Italia.

Il condizionale è d’obbligo, perché accordi e decisioni nella (e sulla) capitale sembrano destinati a durare lo spazio d’un mattino, e a volte anche meno: l’ex capo della Protezione civile era stato solennemente incoronato meno di un mese fa dai triumviri del nuovo centrodestra – Berlusconi, Salvini e Meloni – mentre la leader di FdI, adducendo fra le altre cose anche la propria gravidanza, aveva annunciato di non volersi candidare.

Poi la situazione s’è capovolta, Bertolaso è diventato un candidato sgradito, Berlusconi ha insistito, la Meloni ha mutato opinione e domani annuncerà la sua candidatura.

Difficile immaginare un pasticcio peggiore, e un timing meno opportuno: gli elettori romani del centrodestra sono stati invitati ben due volte nell’arco di un paio di settimane a partecipare ad una qualche forma di consultazione: prima per conto della Lega, in funzione anti-Bertolaso (e infatti il candidato di Berlusconi è arrivato quarto su quattro), e poi su invito di Forza Italia, con un solo candidato a disposizione (Bertolaso, che ha infatti sfiorato il 97%).

La doppia mobilitazione – già in sé un fatto curioso, considerato che il centrodestra non ha mai fatto né voluto fare le primarie in nessuna città d’Italia – è stata un’esibizione muscolare dall’esito incerto (non esistono elenchi dei votanti, ricevute, registri) ma, soprattutto, dalle conseguenze politiche disastrose: perché ha accentuato, e anzi cristallizzato, una rottura che nessun vertice ristretto ragionevolmente riuscirà più a sanare.

La lettura politica prevalente, almeno dalle parti di Forza Italia, è che a Roma gli homines novi del centrodestra stiano facendo le prove generali per far fuori il vecchio Berlusconi, disconoscendone la leadership e, di conseguenza, il diritto a scegliere i candidati capaci di rappresentare tutta la coalizione.

In altre parole, è il ruolo di “federatore” che viene contestato e negato al Cavaliere: dopo essere stato degradato – non soltanto dai suoi alleati, va detto, ma anche dai propri errori e dallo scorrere inesorabile del tempo – da leader indiscusso a primus inter pares, ora Berlusconi dovrebbe fare un ulteriore passo indietro, accucciandosi a semplice comprimario.

Lo scontro romano fra Bertolaso e Meloni, se effettivamente ci sarà, mostra retroattivamente la debolezza del “patto di Bologna”, cioè di quell’accordo a tre, simboleggiato dalla partecipazione di Berlusconi alla manifestazione leghista dello scorso autunno, che avrebbe dovuto gettare le fondamenta e indicare il perimetro del centrodestra del futuro.

I contraenti si sentono invece di avere ancora le mani libere, percepiscono un ulteriore spazio di manovra, e lavorano, ciascuno per sé, in modo da aumentare il proprio potere e la propria influenza in vista dell’accordo obbligato e necessario che l’Italicum imporrà loro alle prossime elezioni politiche. In altre parole, l’assalto a Berlusconi e il ridimensionamento del suo ruolo non sono affatto conclusi.

Ma la rottamazione del vecchio centrodestra a egemonia berlusconiana presenta un segno politico opposto a quella consumatasi nel centrosinistra tre anni fa: e la differenza è essenziale.

Renzi ha spostato la sinistra verso il centro, rendendola appetibile ad una parte ampia di elettorato che non l’aveva mai votata in passato; Salvini e Meloni percorrono la strada opposta, riducendo i confini del centrodestra che fu alla ridotta della destra di stampo lepenista. Le conseguenze non sono da poco.

Senza un adeguato contrappeso centrista, l’asse Salvini-Meloni non è in grado di andare oltre il 15-20% e regala al Pd renziano un’area elettorale (certo soltanto potenziale) capace di irrobustire la maggioranza al punto da renderla pressoché inamovibile, tanto più che sul mercato della protesta, della rabbia e della paura l’offerta grillina resta assai competitiva.

La battaglia di Roma non chiuderà la guerra nel centrodestra, anche per il carattere assai peculiare di una competizione elettorale particolarmente frammentata, ma certo ne segnerà pesantemente gli sviluppi futuri.

In vista di che cosa? Berlusconi si potrà anche eliminare, ma occorre qualcuno che lo sostituisca, o almeno ci provi: a meno che l’obiettivo non sia vincere le elezioni del 2018, ma assicurarsi il monopolio dell’opposizione in attesa di tempi migliori.

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