Spagna, rischio nuove elezioni in primavera

Spagna
epa05076194 Spanish Prime Minister and leader of the Popular Party (PP), Mariano Rajoy (C-R), greets an electoral official as he casts his vote at a polling station in Madrid, Spain, during the Spanish general elections on 20 December 2015. Spanish voters began casting their ballots in parliamentary elections that will determine the country's next coalition government, with polls indicating that no party is likely to win enough seats to govern alone. Spanish Prime Minister Mariano Rajoy's conservative People's Party is facing off against the Socialist Workers' Party, the liberal Ciudadanos party and left-wing Podemos.  EPA/SERGIA BARRENECHEA

Dai primi exit poll esce un paese frantumato

Per la prima volta nella storia della Spagna democratica alla sera delle elezioni non è emerso nessun chiaro vincitore. L’incrocio tra il sistema dei partiti e il sistema elettorale stavolta non ha funzionato. I partiti più grandi hanno avuto un piccolo premio nascosto di qualche punto percentuale dato che il sistema prevede circoscrizioni provinciali senza recupero nazionale dei resti, ma quando le scelte sono spappolate su quattro partiti principali questo non basta.

I primi exit polls, infatti, non solo non danno nessuna maggioranza assoluta a un partito, ma neanche alle coppie di partiti ritenute più omogenee: non arriva a 176 né la coppia PP-Ciudadanos, né quella Psoe-Podemos. Ci riuscirebbe solo la coppia di grande coalizione Pp-Psoe, ma è una possibilità radicalmente ecslusa da entrambi, soprattutto dal Psoe. Visto che il Pp è arrivato primo, sarebbe esso a esprimere il Premier e questo logorerebbe elettoralmente il Psoe a favore di Podemos.

Per inciso: con un sistema tipo Italicum ci sarebbe un bel ballottaggio Pp-Psoe con alla fine un esito chiaro.

Qualcuno può pensare che la soluzione sia comunque possibile dopo, con alleanze post-elettorali, ma si tratta di una possibilità che almeno al momento appare remota.

La prima scadenza sarà il 13 gennaio, l’elezione del Presidente della Camera. Fin qui tutto abbastanza chiaro: se nessuno è eletto alla prima votazione, ce ne sarà una seconda tra i due più votati del primo turno. Si sfideranno quindi con tutta probabilità un candidato del Pp e uno del Psoe. L’esito è comunque importante per il seguito, fermo restando che accordarsi per il Presidente di una Camera non è la stessa cosa che accordarsi per il Governo.

L’articolo 99 della Costituzione dà infatti al Re, non da solo, ma insieme al Presidente della Camera, il compito di effettuare le consultazioni e di individuare un candidato Presidente del Governo, il quale si presenta poi alla Camera dove deve ottenere in prima votazione la maggioranza assoluta. Se fallisce, quarantotto ore dopo ci può riprovare con la sola maggioranza relativa: i Sì devono battere i No, astenuti e assenti non si contano. In caso di ulteriore fallimento, il gioco torna nelle mani del Re e del Presidente della Camera per trovare ulteriori candidati. Se entro due mesi dalla prima votazione non si riesce ad eleggere nessun Presidente del Governo si torna a votare.

Al momento sembra lo scenario più probabile

 

 

 

 

 

 

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