Spacciatori di sfiducia

Dal giornale
Euro, BCE ed Europa

La sfiducia che inquina il futuro

I l messaggio di sfiducia che arriva da chi vuole bloccare di nuovo il nostro Paese è preoccupante. Non solo perché quell’immobilismo (quando al governo c’erano i colleghi di Salvini) l’Italia l’ha già pagato (e lo sta pagando) a caro prezzo, ma soprattutto perché rischia di scavare un solco sempre più largo tra cittadini e istituzioni, nazionali e europee. A maggior ragione adesso che le parole d’ordine leghiste stanno diventando egemoni in tutto il centrodestra. Inutile negare, però, che  gli estremismi di Salvini sono l’effetto di un problema più profondo.

Il sondaggio pubblicato ieri dall’Unità riassume in maniera plastica quello che le rivelazioni dell’Eurobarometer ci segnalano già da un po’ di tempo. Secondo i dati Swg-l’Unità, soltanto il 19 percento degli italiani giudica positivamente la partecipazione del nostro Paese all’Unione Europea; erano il 70 percento nel 2002. Secondo i dati Eurobarometer, all’inizio degli anni ‘90 la differenza tra chi credeva nelle istituzioni europee e chi no era intorno al 30 percento; negli ultimi anni, invece, i detrattori di quelle stesse istituzioni hanno superato gli euroentusiasti di oltre il 10 percento. Bruxelles, abbiamo un problema. Un problema che si chiama sfiducia. Sfiducia dei cittadini verso la costruzione europea. E sfiducia reciproca tra Paesi membri (basta pensare alle recenti trattative sulla crisi greca). Dobbiamo chiederci, allora, come si possano curare queste sfiducie gemelle. La guerra di religione tra fautori della crescita e dell’austerità non ci porterà da nessuna parte. Il dilemma è mal posto. Rigore dei conti e politiche espansive per la crescita non sono filosofie inconciliabili, ma strumenti di politica economica che devono essere sapientemente dosati tra loro, con la giusta tempistica e rispondendo alla fase congiunturale in cui si trovano le nostre economie. Nel periodo 2002-05, il rapporto deficit/pil della Germania ha superato abbondantemente la famigerata soglia del 3 percento. Ma, nello stesso tempo, la Germania ha realizzato una serie di interventi strutturali, come la riforma del mercato del lavoro, che l’hanno trasformata da malato in locomotiva d’Europa. Adesso, l’Italia e altri paesi europei sono chiamati a percorrere la stessa strada. Perché mai la Germania dovrebbe impedirglielo? Per cattiveria? No, per sfiducia. Nel 2002-05, con i governi del centrodestra, quelli che avevano nel partito di Salvini uno dei propri caposaldi, anche il nostro rapporto deficit/pil ha superato il 3 percento, ma di riforme non si è vista neanche l’ombra. Un’occasione sprecata malamente, i cui costi sono ancora tra noi.

Come se non bastasse, l’Italia e altri Paesi europei hanno alle spalle una lunga storia in cui si sono illusi di crescere permanentemente con le droghe della spesa in disavanzo e dell’inflazione. Non proprio il biglietto da visita ideale per chiedere agli altri partner europei di sforare per un po’ i limiti al disavanzo di bilancio. L’Italia ha iniziato a fare la sua parte per risolvere questo problema di sfiducia, mettendo mano a interventi strutturali che serviranno al nostro Paese per tornare a crescere, dalla riforma costituzionale al Jobs Act, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, dal fisco alla lotta alla corruzione. E lo sta facendo con decisione e tempestività. A settembre, con gli ultimi decreti attuativi, il Jobs Act concluderà il suo iter in poco più di un anno. Le riforme Hartz ci hanno impiegato tre anni, dal febbraio 2002 al gennaio 2005. Tra poco, anche l’Europa e la Germania saranno chiamate a permettere a tutti quei Paesi impegnati in uno serio sforzo di riforme di usare il proprio bilancio pubblico in maniera più flessibile. Gli strumenti per rilanciare lo scambio virtuoso tra riforme e allentamento (temporaneo) delle regole fiscali a livello europeo non mancano. Al termine del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea, la Commissione ha messo nero su bianco a quali condizioni le regole esistenti possono essere interpretate in maniera flessibile: riforme strutturali e investimenti produttivi. Qualora non bastasse, si potrebbe pensare a una gestione meno barocca delle procedure d’infrazione o al rilancio di uno strumento come gli “accordi contrattuali”, stabilendo che una scaletta precisa di decreti attuativi di particolari interventi strutturali sia scambiata con una maggiore flessibilità di bilancio. In questa cornice, si potrebbero stimare con precisione i risparmi in arrivo dalla riforma Madia della pubblica amministrazione o gli interventi della spending review, che necessariamente produrranno risparmi non immediati ma spalmati nel corso di alcuni anni. Si potrebbe anche pensare di sostituire la de-contribuzione sui nuovi assunti con un taglio strutturale del cuneo contributivo, senza fiscalizzarne i costi e incentivando i lavoratori a investirne una parte nella previdenza complementare. Questo spostamento parziale dal primo al secondo pilastro previdenziale avrebbe sì costi (di cassa) nel breve periodo, ma ridurrebbe il debito previdenziale implicito nel lungo periodo. Gli strumenti non mancano, se c’è volontà e credibilità politica. Ma la sfiducia dei cittadini verso l’UE? Qui serve una mossa del cavallo. Per esempio, una grande politica pubblica a livello comunitario, con risorse europee, come un sistema di sussidi alla disoccupazione o un piano di investimenti per l’infanzia. Non si tratterebbe di introdurre una nuova tassa europea, ma di spostare a livello europeo un’importante politica pubblica. Cominciamo a far toccare con mano ai cittadini i vantaggi di una politica economica comune. Con meno retorica e con più scelte concrete. È anche questa la via per agganciare la ripresa e per far tacere i tanti populismi che sperano di speculare sulla crisi della costruzione europea

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