Sofri sbaglia a dire che Renzi ha liquidato la sinistra del partito

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Renzi si è misurato con una minoranza interna che non gli ha concesso tregua

Adriano Sofri addebita a Matteo Renzi di aver perseguito “la liquidazione della cosiddetta sinistra del Pd”. Trovo infondata una tale tesi.Sul suo conto non si ebbe alcun pudore a ricorrere ad un lessico da anni trenta. Adriano Sofri addebita a Matteo Renzi di aver perseguito «la liquidazione della cosiddetta sinistra del Pd». Trovo infondata una tale tesi. Renzi si è misurato con una minoranza interna che non gli ha concesso tregua. Sul suo conto non si ebbe alcun pudore a ricorrere a un lessico da anni trenta. Lo definirono una variante del berlusconismo.

Per Sofri tuttavia questo cambia poco dal momento che le carte, da un certo momento in poi, le dava il segretario fiorentino. In realtà, Renzi non si sottrasse a uno sforzo unitario: coinvolse nella guida del partito e al governo il gruppo che lo aveva contrastato da sinistra dei «Giovani turchi».

La guerriglia contro Renzi era alimentata da velleitarie ricerche di identità anacronistiche e dalla difesa di posizioni di potere. D’Alema ne era l’esempio più penoso ed eclatante. È stato un errore «l’impeto ultimativo con cui Renzi ha proclamato la congiuntura tra il proprio destino e il referendum».

E tuttavia veramente si può pensare che il referendum avrebbe avuto «un suo esito dipendente dal voto e indipendente dalla durata del governo»? Che sia stato Renzi a compromettere con la sua baldanza una «educata discussione sia in Parlamento che fuori sulla riforma»? Ma via! Sbaglio se dico che un complesso di forze considera giunto il momento di farla finita con un tentativo parziale e tuttavia in atto di cambiamento del Paese? Renzi è diventato segretario di un partito che aveva perduto otto punti alle elezioni e presidente del Consiglio di un Paese che sembrava destinato al declino.

Non sono mancati errori. Egli ha provato a costruire una agenda riformista assumendosene la responsabilità. Ha posto problemi di fondo circa la crisi dell’Ue. Ha mirato alla costruzione di un Pd che non si risolvesse in una sinistra un po’più larga ma assumesse il profilo di una forza centrale del sistema politico. Ha puntato a ricollocare in un orizzonte democratico spinte che in Italia, come in varie parti d’Europa, si avviano lungo itinerari diversi dalla sinistra democratica. Questo tentativo, rispetto all’immobilismo in cui versano i partiti socialisti europei o all’illusione di battere il populismo inseguendolo, ha mantenuto aperta in Italia una prospettiva per la sinistra. Come si fa a sostenere che Renzi sarebbe un «buffo leader incapace di maturare dall’emergenza alla normalità»? Per non essere tale Renzi dovrebbe tacere sulla portata del confronto in corso, e prepararsi, se le cose andassero male, a non muoversi da Palazzo Chigi.

Gli italiani hanno conosciuto un personale politico di tale fatta, sempre pronto a incolpare qualcuno, solerte a non assumersi responsabilità. E veniamo alla legge elettorale. Renzi avrebbe dovuto lasciar correre le descrizioni dell’Italicum come una sorta di legge Acerbo? Dichiararsi pronto a cambiare una riforma approvata a grande maggioranza in Parlamento? Si obietta che il «combinato disposto» tra revisione costituzionale e Italicum metterebbe a rischio lo sviluppo democratico. Negli anni novanta si rintracciarono le difficoltà del sistema nel fatto che ci si era limitati a varare nuove leggi elettorali non sorrette da revisioni costituzionali. Andiamo al sodo.

L’Italicum tende ad assicurare un governo stabile che prenda decisioni. Si assegna un premio di entità limitata. Non accresce i poteri del premier, lascia il potere di scioglimento in capo al capo dello Stato, prevede la possibilità di sostituire il presidente del Consiglio in carica. Una legge del genere mette a repentaglio la democrazia? Ma la si smetta! Sofri in un empito di moderatismo sostiene che, correggendo la legge elettorale la sinistra non oltranzista si orienterebbe a sostenere la riforma. Dubito che le cose stiano in questi termini. Ho letto Bersani: Renzi è un irresponsabile, ci porta nel burrone, non fa altro che rincorrere la destra. Se il No vincesse, ecco il fascino che, secondo Bersani, sprigiona il voto contrario alla riforma, salterebbe anche l’Italicum. E il cerchio si chiuderebbe. È possibile un confronto costruttivo su basi del genere? La polemica sul «referendum che si vince a destra» è la spia di una regressione politica. Intervenire nella crisi dell’elettorato che non è convinto di doversi adeguare ai diktat di Brunetta è necessario. Conquistare a una linea di cambiamento i moderati e gli elettori di destra è stato un obiettivo della sinistra nel condurre fondamentali battaglie riformatrici. Senza evocare la drammatica prova del 1946, fu così nel 1974 e poi nel voto sull’aborto del 1981

. La direzione del Pd discuterà dell’Italicum. Il punto politico di fondo riguarda il ballottaggio e l’assegnazione del premio alla coalizione. Le posizioni sono talmente diverse tra i gruppi parlamentari che non è da sottovalutare il rischio del caos o del nulla di fatto. Il premio alla coalizione vorrebbe dire aprire il confronto sulle alleanze. Farlo non sarebbe una bestemmia come ricorda Giorgio Napolitano. Cosa vuol dire tuttavia ricostruire il centro sinistra negli attuali rapporti di forza politici e parlamentari? A sinistra del Pd, lo dimostrano i risultati elettorali recenti, non c’è granché. Né mi pare che sul versante centrista vi siano forze consistenti che guardano al centro sinistra, non c’è il partito popolare degli scorsi decenni. Qualcuno pensa che occorra tornare alla strategia con cui il Pd andò al voto nelle elezioni del 2013? Una coalizione che dichiarò di essere il centro sinistra per poi perdere più di tre milioni di voti.

È infondato temere la riedizione di alleanze lacerate dai veti che furono all’origine del tracollo dell’Ulivo e dell’Unione? Comprendo l’inquietudine alla eventualità che, in una situazione di tripolarismo, possa spuntarla il populismo. Attenzione. Il M5S ricaverebbe il massimo di beneficio se tutto il discutere sull’Italicum tendesse essenzialmente a contenere le possibilità di un suo successo. Dovrà essere la qualità dell’offerta politica del Pd a sconfiggere il grillismo. E quale sarebbe l’alternativa eliminando il ballottaggio? Sbaglia chi avverte che con il tripolarismo, qualsiasi altro sistema elettorale consegnerebbe un risultato incerto come il caso della Spagna dimostra? Non vorrei che la rinuncia all’Italicum conducesse a un pasticcio e che, paradossalmente, nel caos, si accrescessero le possibilità di successo del No. Il contrario di quanto si pensa di ottenere cambiando l’Italicum. Una beffa!

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