Sofri, Renzi, la sinistra e il Sì

Referendum
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Ecco la riflessione che nasce sul ragionamento di Adriano Sofri sul Foglio di qualche giorno fa e sui dati che ci vengono consegnati al Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli

Proviamo a incrociare due ragionamenti, o meglio un ragionamento (tra i più seri che io abbia letto da un po’di tempo a questa parte, quello di Adriano Sofri sul Foglio di qualche giorno fa, riportato ieri dal’Unità) e i dati che ci vengono consegnati dal rilevamento settimane che sul Corriere della Sera fa Nando Pagnoncelli.

Il dato generale, secondo Pagnoncelli, è che il No è al 52 per cento contro il 48 per cento del Sì. Andando nel dettaglio scopriamo che in realtà il No ha lo stesso numero di supporter di quanti ne aveva a fine luglio, è il Si ad aver preso qualche pezzo per strada. Così gli incerti aumentano di un punto percentuale e allo stesso modo crescono quelli che sembrano orientati a non andare a votare o non dichiarano le loro intenzioni.

Normalmente l’avvicinarsi della data di una consultazione fa diminuire l’esercito, inizialmente molto grande, di incerti: le opinioni e le intenzioni di voto si indirizzano verso per una delle opzioni in campo. Stavolta succede il contrario. E viene da chiedersi perché: vuol dire forse che sul merito del referendum e della riforma costituzionale crescono i dubbi? Diremmo proprio di no visto che se si fanno domande di merito allo stesso campione (quindi sia chi voterà sì e no, sia chi non voterà) si scopre che esiste una forte maggioranza che si dichiara molto o abbastanza d’accordo con la riforma (qui il differenziale con i contrari è di oltre sette punti percentuali).

Il che vuol dire che non è il merito (persino tra chi dice che voterà no sembra esserci una qualche valutazione positiva della riforma che è analizzata nel suo insieme come nelle sue singole parti) a determinare la prevalenza – molto ridotta e non certo stabilizzata – del No. Evidentemente La scelta di voto ha altre motivazioni e direi che si tratta di motivazioni eminentemente politiche ovverosia il referendum è letto in prima istanza non come un pronunciamento sulla riforma ma come il luogo dove si scaricano i risentimenti e le critiche verso il governo e verso in particolare Matteo Renzi.

Qui viene l’incrocio con l’analisi condotta da Adriano Sofri che introduce nella politica (in questa politica dove i partiti strutturati sono scomparsi e dove leadership e carisma sono fondamentali) gli elementi tipici con cui si guarda alle relazioni di amore, o meglio di innamoramento. Credo proprio che Sofri abbia molte ragioni, quando dice che Renzi dopo aver conquistato la guida del Pd, del governo e aver vinto (stravinto) un passaggio elettorale ha creduto di poter condurre il suo confronto con l’opinione pubblica – il popolo nella sua accezione contemporanea – a suono di sfide, di continui rilanci, di un protagonismo assoluto su tutti i fronti della complicata contesa della vita pubblica italiana.

Quello che lui stesso ha chiamato, parlando di referendum, eccesso di personalizzazione, è stato per intero il suo stile in questi due anni e mezzo. Mentre – dice Sofri – “doveva mettere insieme una condivisione amopia come cauzioni per i giorni della grigia quotidianità”, per restare alla similitudine amorosa tra la fase della conquista e quella del matrimonio. Tra queste molte ragioni però credo che l’analisi di Sofri contenga un errore o almeno una valutazione basata su uno stato d’animo più che su dati della realtà. Sofri infatti dice che la frase riportata nell’intervista di Matteo Renzi a Claudio Cerasa, in cui si dice che il referendum si vince coi voti della destra perché la sinistra è già per il sì viene – inevitabilmente – letta a rovescio: il referendum si vince coi voti della destra perché la sinistra è perduta. E qui torniamo al sondaggio di Pagnoncelli.

I numeri di questa rilevazione demoscopica dicono che il 56 per cento degli elettori del Pd ha già deciso di votare Sì, mentre per il No c’è un nutrito ma molto minoritario 13%, contro il 5 per cento di indecisi e il 26 che pensa di non andare a votare o non indica. Cominciamo col dire che è il partito con il numero di indecisi o di non votanti più basso in assoluto . Per vedere come il Pd sia il partito in cui l’orientamento del leader e quello diffuso sia il più vicino basta confrontare questi dati con quelli degli altri partiti.

Tra i 5 Stelle il No è al 50% (6 punti sotto rispetto all’allineamento tra elettorato e indicazioni di partito facendo un paragone col Pd) e il Sì al 12%, tra gli elettori dei Forza Italia il No è al 37% e il Sì è al 25% (eppure a sostenere il Sì sarebbero solo i silenziosissimi Letta e Confalonieri e gli ormai ex Urbani e Pera), persino nella Lega solo il 45% è schierata sul No come Salvini e il 12% è per il Sì. Non abbiamo un riscontro sugli orientamento della sinistra radicale (ormai tanto irrilevante da non meritare un conteggio a parte) ma sappiamo che nella costellazione dei partiti minori i Sì e i No sono in equilibrio al 15% con una gran massa (il 60%) orientata per non andare a votare.

Un dato appare particolarmente rilevante: il voto per classi di età dice che i giovani guardano al No, e questo mostra non un attaccamento alla Carta costituzionale, ma un giudizio negativo sull’operato del governo proprio per quello che riguarda i giovani. Quando Renzi dice che la sinistra è orientata per il Sì dice, quindi, una cosa vera, ma contemporaneamente una cosa che appare molto meno vera: quante voci ogni giorno nel Pd intervengono per dire che voteranno No, che voteranno ni, che voteranno qualsiasi cosa a patto che si faccia qualche cambiamento all’Italicum (con i collegi, senza collegi, col doppio turno, senza doppio turno, con le preferenze, senza preferenze, con il premio alle coalizioni che nessuno sa però quali siano) o che lui lasci la segreteria del Pd? Questo è vero nel “gruppo dirigente” come è vero – in parte certo più ridotta – nel corpo degli iscritti. Ma è molto meno vero, se non proprio falso, tra gli elettori.

Credo che questo debba portarci al vero nocciolo del problema. Il Pd. Il suo gruppo dirigente diffuso conta sempre meno e parla sempre di più. I suoi iscritti appartengono ad una comunità più legata al passato che al futuro. Non c’è nulla di male nel passato se si ha il senso della storia, c’è molto di male se si ragiona coi canoni della nostalgia. Paradossalmente lo strumento che dovrebbe saper costruire il consenso attorno alle scelte del leader e dovrebbe percepire in maniera non passiva i segnali che arrivano dalla società italiana meno vicina alla politica è disfunzionale a questi scopi. Il problema – e qui torna ad avere ragione Sofri – è che un partito (anche un partito del leader) va costruito premiando le competenze prima delle fedeltà, convincendo e rinsaldando e insieme innovando il rapporto col Pd. Renzi – scrive Sofri – “avrebbe potuto sollecitare e promuovere una classe dirigente in parte nuova e in un’altra importante parte fatta di competenze e qualità umane ereditate dal Pd in particolare formate dalla principale scuola ancora viva quella delle amministrazioni locali e del lavoro sindacale locale”. Non è quello che è stato fatto. Così oggi aglio occhi di un osservatore acuto come lui la sinistra appare perduta per Renzi o meglio nelle parole di Renzi.

Talvolta nelle interviste le parole dell’intervistato assumono il senso che vuol far prendere loro l’intervistatore, e non necessariamente per malizia. Credo che sia andata in questo modo, che Renzi sia (e sia convinto di essere) di sinistra e per questo non può sentire la sinistra perduta. Credo che Sofri sia di sinistra e che probabilmente voterà Sì senza turarsi il naso. Il problema è come riconnettere questa sinistra che diffida di se stessa e dei suoi leader senza ricadere nella ditta e nelle nostalgie. Credo che non solo Renzi ma tutti dobbiamo metter la testa su questo problema non dopo il referendum, ma mentre lavoriamo per il Sì e proprio perché vogliamo vincere il referendum.

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