Sky trasmette gli Oscar del cinema italiano. E la Rai che fa?

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Non sarà la tv pubblica a trasmettere la cerimonia: l’Accademia del cinema italiano ha, infatti, firmato un accordo con Sky

Per la sessantesima edizione dei “David di Donatello”, gli Oscar italiani del cinema, non sarà la Rai a trasmettere la cerimonia: l’Accademia del cinema italiano ha firmato un accordo con Sky, che si occuperà di produzione e messa in onda della serata. Perché la Rai, che ha contribuito in maniera decisiva all’affermazione della manifestazione negli ultimi anni, è rimasta tagliata fuori?

I vertici del servizio pubblico dovrebbero spiegare cosa è successo, dovrebbero chiarire quali sono i motivi dietro a questa rottura. È quanto chiederò in un’interrogazione parlamentare in commissione Vigilanza.

La Rai, con Rai Cinema, rappresenta uno dei maggiori produttori del mercato cinematografico italiano. I “David”, sotto l’Alto Patronato della presidenza della Repubblica e con il contributo del ministero dei Beni culturali, sono la principale manifestazione del cinema italiano, con un carattere che appare di fatto “istituzionale”. Le produzioni nazionali, peraltro, hanno tra i propri pilastri anche le risorse messe a disposizioni dalle diverse Film Commission regionali.

Perché il servizio pubblico ha rinunciato ad avere sotto il proprio marchio un evento del genere? Ma soprattutto: perché la Rai ha permesso che i “David” andassero ad arricchire l’offerta di un temibile concorrente, come Sky, che proprio sul cinema e sulle produzioni tv di qualità sta costruendo una parte rilevante del proprio successo? Tenere in Rai i “David” sarebbe dovuto essere strategico anche solo per evitare che diventassero un bottino conquistato da altre tv. È vero che in Rai il Premio non ha ricevuto una valorizzazione particolare negli ultimi anni: trasmesso a giugno inoltrato, in una stagione poco appetibile per la tv, è stato spesso confinato solo alla seconda serata di Raiuno, diventando una delle tante serate estive del servizio pubblico. In ogni caso, però, ha sempre fatto registrare diverse centinaia di migliaia di telespettatori, con ascolti comunque di rilievo. Anche il peggior risultato sui canali Rai è ben superiore alla media dei canali Sky.

Ora la tv a pagamento annuncia una “programmazione dedicata”: ma se i “David” avevano bisogno di essere rilanciati, perché non è stata la Rai ad avanzare una proposta in grado di far rinascere la manifestazione? Perché è stato permesso che i frutti di tanti anni di lavoro fossero colti dalla concorrenza privata? Nella serata dei “David”, peraltro, una parte decisiva la svolgerebbe la società esterna “Magnolia”, che produceva la cerimonia con la Rai e continuerà a farlo anche con Sky: possibile che il servizio pubblico debba appoggiarsi ad un service privato anche per la realizzazione di una trasmissione di premiazione?

Davvero in Rai non ci sono competenze, professionalità e risorse per produrre una serata del genere? Se così fosse, occorrerebbe spiegare a cosa serva avere oltre tredicimila dipendenti e svariate migliaia di collaboratori, ma non credo che sia così, non credo che la Rai non sia capace di fare in proprio.

Per questo sarebbe opportuno che su una vicenda del genere, la cui genesi probabilmente va ricercata nella gestione degli ultimi anni e non solo nella decisione formalizzata la scorsa settimana, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto avviasse un’indagine interna per capire come siano andate le cose, se gli interessi della Rai siano stati tutelati a dovere dai dirigenti del servizio pubblico oppure se non siano stati commessi errori, anche nelle controllate.

È impensabile che, proprio per la ricorrenza simbolica dei 60 anni, gli appassionati di cinema debbano andare a ricercare sui canali privati l’assegnazione dei “David”, nel momento in cui il cinema italiano sta riprendendo quota.

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