Silenzi e parole sbagliate: Melito specchio d’Italia

Donne
Prima fila da SX: Iamonte Giovanni, Principato Pasquale, Benedetto Daniele.
Seconda fila da SX: Tripodi Lorenzo, Nucera Michele, Verduci Antonio, Schimizi Davide.
Non si placano le polemiche sulla vicenda delle violenze sessuali di gruppo subite per anni da una tredicenne di Melito Porto Salvo, nel Reggino, per le quali i carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo hanno arrestato nei giorni scorsi otto persone (le loro foto sono state diffuse il 12 settembre 2016) e notificato un obbligo di presentazione alla Pg ad un nono giovane. ANSA / US CARABINIERI
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Quanto avvenuto a Melito è lo specchio di quello che si ripete in tante occasioni: la solitudine di chi subisce violenza, l’assenza di solidarietà e sostegno incondizionati, gli stereotipi gettati addosso a chi ha subito, il silenzio e le parole sbagliate

Viviamo in un Paese che ha sulla coscienza un macigno: la violenza degli uomini sulle donne rappresenta una macchia indelebile per tutti.
Mamme, figlie, amiche, colleghe, quotidianamente vittime di violenza, spesso lasciate sole, troppe volte in difficoltà a denunciare bloccate delle possibili conseguenze.

I numeri sono spaventosi: secondo l’ISTAT negli ultimi 5 anni sono quasi quattro milioni e mezzo le donne che hanno subito violenze fisiche o sessuali, 7 milioni quelle cui è capitato nel corso della vita. Un’onda di sofferenze e violenza che sembra non avere fine, ma che può e deve essere fermata.

Quanto avvenuto a Melito è lo specchio di quello che si ripete in tante occasioni: la solitudine di chi subisce violenza, l’assenza di solidarietà e sostegno incondizionati, gli stereotipi gettati addosso a chi ha subito, il silenzio e le parole sbagliate.

Una ragazzina stuprata per anni da un branco di ragazzi del Paese, la famiglia che sa e non denuncia, le istituzioni (civili e religiose) locali che si indignano non per il fatto in se e per l’omertà che lo circonda, ma per un servizio in tv che attacca chi in Paese dice “se l’è andata a cercare”, oppure perché “c’è troppa prostituzione”, come se c’entrasse qualcosa questo con una bambina vittima di abusi, violenze, minacce.

Una ragazzina sola, cui neanche la famiglia ha saputo dare supporto, nascosta sotto un velo di omertà per paura di perdere la reputazione, forse per il timore dei parenti dei ragazzi che si sono macchiati di questa infamia, ma che è stata capace così di infliggere una seconda violenza alla figlia: la solitudine.

Oggi il caso è sotto gli occhi di tutti, ci si indigna per le parole fuori luogo degli abitanti, per le poche persone alla manifestazione, per l’atteggiamento della famiglia.
Sono tutte questioni tenute assieme da un filo: la solitudine e lo stigma che piove addosso a chi è vittima di violenze, come se colpa fosse di chi subisce e non delle bestie capaci di compiere atti del genere.

Reazioni da non credere, come quelle di chi dice che se l’è cercata, di chi farfuglia che anche gli uomini sono vittime in queste situazioni, di chi pensa che la solidarietà si possa centellinare.

Abbiamo bisogno di sradicare stereotipi e false idee. La violenza non nasce da un raptus o da malattie mentali, ma trova il suo humus nell’incapacità di costruire relazioni paritarie tra uomo e donna, nel non rispetto dell’identità, dell’autonomia, della libertà delle donne.
E trova un alleato nel silenzio.

Per combatterla dobbiamo partire da qui. Dobbiamo rompere il silenzio ed isolare i colpevoli, mai assolverli, condannarli senza indugi. E abbracciare le vittime, aiutarle a reagire, a ricominciare.
E’ un compito difficile, in cui non possiamo lasciare sole le associazioni o le comunità locali.
E’ lo Stato che ci deve essere. Perchè ci rappresenta tutti e non deve lasciare da solo nessuno.

 

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(Nell’immagine sette degli otto arrestati. Le immagini sono state diffuse dai carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo il 12 settembre 2016)

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