Sicuri che bastino i fatti a convincere gli elettori?

Connessioni
epa05456715 Democratic Presidential nominee Hillary Clinton speaks at the National Association of Black Journalists and National Association of Hispanic Journalists (NABNAHJ ) Convention and Career Fair in Washington, DC, USA, 05 August 2016. A McClatchy-Marist poll released on 04 August shows Clinton with a 15-point lead against her Republican rival Donald Trump.  EPA/JIM LO SCALZO

Il critico scetticismo rischia di lacerare quel legame tra rappresentanti e rappresentati che è al contrario la linfa vitale della democrazia

Hillary Clinton, prima del dibattito di lunedì scorso, ha elencato dal suo profilo Twitter alcuni consigli su come prepararsi a guardarlo. Al punto 5 ha riportato le bugie diffuse da Trump durante la campagna elettorale e già smascherate. Non solo, varie volte infatti la candidata democratica ha indicato un account del suo staff da seguire (@TheBriefing2016) per confrontare le affermazioni del candidato repubblicano con i fatti.

Sul sito web di The Briefing c’è proprio una sezione dedicata al fact-checking. In ogni caso, durante i serrati 90 minuti del confronto, anche i media hanno indossato non solo i panni dei cronisti ma anche quelli di meticolosi controllori pronti a riportare, verificare e correggere affermazioni inesatte o false. Quando Trump ha parlato delle bande di criminali nelle strade, molti dei quali immigrati illegali che commettono atti violenti e omicidi, il Washington Post ha riportato due precisazioni, ossia che gli omicidi rappresenterebbero una piccola percentuale dei reati commessi dai non-americani, siano essi irregolari o meno, e che inoltre l’immigrazione illegale lungo il confine meridionale nel 2015 si è attestata ai livelli più bassi dal 1972, fatta eccezione per il 2011.

Ovviamente anche le affermazioni della Clinton sono state esaminate e verificate. Ormai è radicata infatti la consapevolezza che ci troviamo nell’epoca della politica post fattuale, in cui i fatti vengono rifiutati con disprezzo e si preferisce chi la dice più grossa, chi gioca con la paura a discapito della realtà. Che fine ha fatto la verità? I fatti sembrano essere in crisi. Le persone oggi dispongono delle fonti informative più disparate ma purtroppo non tutte godono della medesima attendibilità. Con i social media ciascuno è contemporaneamente consumatore e produttore di informazioni e diventa fonte di notizie per altri utenti.

Così viaggiano parallelamente informazioni false e vere in rete con la medesima credibilità. Se a questo aggiungiamo il meccanismo degli algoritmi, che inevitabilmente condiziona le ricerche in rete, quello del clickbaiting, che amplifica la diffusione di determinati contenuti e la tendenza al conformismo, appare evidente che smascherare balle e bufale appare impresa dir poco ardua.

Michael Gove, uno dei principali sostenitori dell’uscita dall’Ue durante la campagna referendaria nel Regno Unito, aveva detto che le persone ne hanno abbastanza degli esperti. È davvero così? Sempre più spesso assistiamo allo scetticismo nei confronti di dati e statistiche e la lente attraverso cui leggere il mondo è diventata il pregiudizio. Si preferisce documentarsi da fonti che fanno più intrattenimento sensazionalistico che informazione e filtrare la realtà attraverso il “sentito dire”. Purtroppo però non pochi stanno cavalcando la tendenza al momento prevalente e tendono a sollecitare l’emotività delle persone e a suscitare reazioni immediate. Tuttavia, che si parli di politica o di scienza, gli argomenti sono troppo seri per essere trattati con superficialità e se davvero c’è indifferenza e diffidenza nei confronti dei fatti, allora a maggior ragione dobbiamo ricercare la verità con maggiore pervicacia. Che i politici diffondano dati veritieri è auspicabile.

Hillary Clinton ancora ieri dal suo account Twitter scriveva «Donald Trump può mentire ma la registrazione no» e allegava un breve video come prova di alcune affermazioni del candidato repubblicano, negate durante il dibattito, ma effettivamente dichiarate in passato. C’è un paradosso però, questo basta? Ovvero è sufficiente appellarsi ai fatti? Nell’odierno sistema democratico contraddistinto da un processo decisionale labirintico dove parte delle richieste dei cittadini viene addirittura delegata a strutture non elettive e in cui le aspettative sono sempre più elevate, paradossalmente la credibilità pare non essere sufficiente.

Il critico scetticismo rischia di lacerare quel legame tra rappresentanti e rappresentati che è al contrario la linfa vitale della democrazia. La pregiudizievole indifferenza sta lasciando troppo spazio al fragoroso rumore prodotto da chi racconta di un cupo destino ineluttabile. I fatti non sono inutili ma non bastano. Serve la calma, quella di chi desidera parlare quando sembra che nessuno ascolti. Occorre la perseveranza, quella necessaria per affermare tutte le volte che serve, che non è tutto scritto e che la politica è l’unica dimensione dove si può fare la differenza e in cui far nascere e competere idee, trasformarle in azioni che poi hanno conseguenze nella vita di tutti noi. Serve la lungimiranza, quella di chi costruisce oggi perché crede nel domani. Serve una leadership in grado di parlare al cuore e alla testa, di usare la ragione e di suscitare emozioni positive, di raccontare una storia in cui tutti sentano di fare parte. In breve, è necessario tessere nuovamente quel legame, quella connessione, essenziale per tenerci uniti, indispensabile per non perdersi.

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