Sicilia, dove l’asfalto ha sepolto i fiumi

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L’ultima frana sull’acquedotto di Messina è l’epilogo del fallimento infrastrutturale e politico dell’isola

L’ultima frana sull’acquedotto di Messina è l’epilogo a orologeria della formidabile debacle infrastrutturale e politica siciliana. Un eccesso infernale di emergenze si stanno accumulando sull’isola e sembrano racconti usciti dalle penne di Pirandello, Sciascia e Camilleri. L’epigrafe potrebbe essere il tosto titolo del j’accuse di Pietrangelo Buttafuoco ai governanti della sua amata isola: «Buttanissima Sicilia, tutta in rovina».

È vero che in Sicilia anche le cose lineari sono destinate a complicarsi e spesso a capovolgersi. Ma l’isola è ormai talmente sotto stress che anche un rattoppo, il bypass all’acquedotto che alimenta Messina, squarciato da una prima frana tra Fiumefreddo e Calatabiano, diventa una metafora della fragilità strutturale. Perché anche il bisnonno tubo resiste e anzi pare si rifiuti di reggere l’ennesima toppa. Colpito e affondato nel fango delle frane nove giorni fa, fa ancora zampillare acqua in aperta montagna, e l’azienda municipale può garantire la ripresa del servizio ma solo in un terzo o poco più dei messinesi. Da ieri c’è addirittura la task force delle grandi emergenze guidata dal capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Al governo non restava altro. A raccontarla tutta, la storia delle frane e del massacro che in pochi decenni ha stravolto un territorio di una bellezza stepitosa, fa rimanere sbalorditi.

Nel messinese c’erano 72 fiumi e torrenti. Da millenni scendevano dai monti fino al mare e garantivano acqua a volontà. Oggi ne sono rimasti tre. Gli altri? Gli hanno dato sepoltura sotto edifici o asfalto, sono stati interrotti da strade e sbancamenti, strozzati e tombati e deviati. Sono sotto i parcheggi e interi quartieri cittadini. Però l’acqua alla fine si riprende i suoi spazi, ricompare sempre, e con le piogge ormai a carattere esplosivo sono frane e alluvioni. Il fango travolge tutto, anche le condotte idriche ma a Giampilieri, nel 2009, contarono anche 37 morti. Una brutta lezione ma subito dimenticata perché sulla falcata messinese, la costa a forma di falce, Comune e Regione progettarono altri due milioni di metri cubi di cemento da spalmare qua e là, in zone protette. Li ha fatti saltare, appena eletto, il sindaco Renato Accorinti con carte, varianti e variantine cancellate. Ma oggi, nel solo territorio provinciale di ‘Missina’ pendono come spade di Damocle ben 406 “nodi idrogeologici” segnalati dalla protezione civile (sono oltre 2000 nell’intera isola).

Sono località a rischio idrogeologico, pronte ad essere allagate o travolte dagli eventi meteo. E sono 468 gli ettari già colpiti da crolli, «frane complesse», «colamenti rapidi», «dissesti dovuti a erosione accelerata», come elenca il rapporto dell’Ispra, e dove «…l’intensa urbanizzazione rende concreta la possibilità che una nuova calamità possa essere ancora più disastrosa di quella di cento anni fa». Il riferimento da brivido freddo è al Big One, il terremoto del 1908 che lasciò sotto le macerie ben 120.000 tra messinesi e reggini. Quanta edilizia potrà reggere ad una frustata come quella è un altro capitolo di scelleratezze e impressionanti rimozioni. Basta uscire poi dal perimetro urbano per farsi un’idea delle altre emergenze dell’isola. Sono cinquemila su ventimila i chilometri di strade interrotte dai crolli nell’ultimo anno di nubifragi. Su tutte resta la plateale vergogna del 9 aprile 2014, il giorno in cui il viadotto dell’Imera con i suoi piloni finì accartocciato su se stesso e diede il via al delirio dei percorsi su mulattiere che si perdono sulle montagne e poi sulle colline nel tentativo di raggiungere Catania da Palermo. Mitologia. Come mitologiche sono le emergenze regionali nella sanità o quella dei rifiuti.

Questioni mai affrontate con piglio di governo ma con la solita arte del rinvio. L’epica dei disastri incatena l’isola a un destino che non era il suo. Ma è la malagestione del servizio idrico che racconta molto del livello della politica locale e regionale. Alla Messina assetata possiamo, infatti, aggiungere anche l’agrigentino dove la norma da sempre è la mitica “turnazione” con l’acqua che arriva ogni tre giorni, se va bene. Oppure i quaranta Comuni del palermitano rimasti a secco per mesi. O la Gela rassegnata a fare a meno del rubinetto e che chiede aiuto ancora a Fiorello: «Adottaci tu», perché la risorsa più preziosa viene erogata una volta ogni 4 giorni e contenitori e cisterne e bidoni sono l’arredo più comune su terrazze e balconi, e chissà perché l’acqua della diga di Desueri e dell’acquedotto dell’Alcantara la buttano in mare. Un sistema di gestione che dovrebbe essere minimamente industriale, è spesso inesistente, improvvisato e clientelare, senza capo né coda né regolazione. Il settore è da sempre una sequenza di sprechi, di furti d’acqua, fallimenti di aziende municipali, di leggi nazionali del tutto inapplicate anche da 21 anni come per la legge Galli che pure ha risanato tre quarti d’Italia idrica. I municipi l’acqua devono acquistarla da privati siano essi fontanieri o pozzolari o autobottisti, intoccabili padroni di fonti e sorgenti legittimati dal loro socio di minoranza che da anni è la stessa Regione.

Gli investimenti sono intorno allo zero e molti impianti sono obsoleti, diverse dighe sono state lasciate a metà, le reti sono da estendere ma perdono anche il 100% di risorsa. Le autorità e le aziende di ambito, i piani tariffari e i piani di investimento non sono definiti, e se lo sono non possono essere rispettati. Ecco l’acqua pubblica siciliana, totalmente indifesa. Il parlamento regionale non è riuscito a definire un’idea di gestione industriale che allineasse l’isola al resto d’Italia. E nessun gestore, nemmeno pubblico, si sogna oggi di mettere piede in questo caos. Ci provò anche una grande azienda comunale, tra le più efficienti d’Europa, come la Smat di Torino. Paolo Romano, ingegnere dall’etica pubblica sabauda, qualche anno fa risolse l’appello per provare a dare una mano a gestire il servizio. Insultati come ‘privati speculatori’, dopo mille ostruzionismi, hanno fatto fagotto, e addio Sicilia. Come è possibile affrontare seriamente il tema degli investimenti o della tariffa o della riorganizzazione del servizio idrico con la giunta Crocetta che ha battuto ogni record e in 36 mesi siamo già a 44 assessori diversi dopo l’ennesimo rimpasto, la media di uno al mese? La Regione ha un bilancio più che dissestato, quasi 8 miliardi di deficit, ma continua con un trend rocambolesco. Purtroppo non basta filosofeggiare sulla risorsa, e nemmeno ripetere a memoria slogan facili trascinati dal più equivoco dei referendum (vera case history mondiale) che ha legittimato solo lo status quo. Con questa tragedia idrica davanti ai loro occhi, il parlamento regionale ha appena approvato una legge regionale sull’acqua che sembra un manifesto futurista (giustamente impugnata dallo Stato) che tutto può produrre fuorché acqua potabile da infrastrutture in grado di dissetare i siciliani. Ultimo atto della lunga lotta di resistenza alla legge Galli.

Con un esercito di burocrazia composto da ben 23.000 dipendenti pubblici regionali, 8 volte in più rispetto alla media di tutte le altre Regioni, la Regione non riesce nemmeno a spendere i 1100 milioni stanziati dal Cipe nel 2012 per acquedotti e depuratori. Basta leggere il report 2015 sulle acque reflue urbane dell’Arpa Sicilia, l’ente controllore dell’ambiente, per farsi un’idea dei ritardi: «Case e uffici di oltre la metà dei siciliani non sono allacciate ad una rete di fognatura o ad un depuratore, quasi 2 milioni di persone scaricano nei corsi d’acqua, nel mare, nelle campagne o dove capita». Eppure, finite le proroghe europee e anche le coperture governative, dal 2016 la Sicilia pagherà sanzioni clamorose per 180 milioni l’anno, per ogni anno e fino a quando le sue acque non saranno depurate.

Il bello è che la Sicilia ha un numero di depuratori come nessuna altra Regione del pianeta. In nome del campanilismo delle opere pubbliche, nei 390 comuni hanno costruito negli anni Ottanta e Novanta la bellezza di 431 impianti di depurazione. Concluso l’affare, però, la quasi totalità sono rimasti vuoti a perdere e senza manutenzione, e in parte sono discariche abusive. Quelli efficienti non sono più di 12. E’ questo disinteresse che tiene fermi interi territori in condizioni di aree ancora in via di sviluppo.

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