Siamo con i vescovi

Dal giornale
Trecento migranti in navigazione verso l'Italia sono stati soccorsi oggi dalla Guardia Costiera e dall'equipaggio di un mercantile al largo delle coste libiche in tre distinte operazioni di salvataggio, 1 luglio 2015.
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Le parole del segretario generale della conferenza episcopale italiana, saranno anche ruvide, spicce, inusuali rispetto alla tradizionale prudenza dei vescovi, ma sono nettissime e vere.

Mettiamola così, e chiariamo subito che noi siamo con monsignor Nunzio Galantino. Le parole del segretario generale della conferenza episcopale italiana, saranno anche ruvide, spicce, inusuali rispetto alla tradizionale prudenza dei vescovi, e «riportate con toni esagerati» come ha spiegato Famiglia Cristiana, ma sono nettissime e vere. Le prendiamo molto sul serio perchè sono le parole di chi tradizionalmente sta sul campo dell’accoglienza e della supplenza.

Le prendiamo molto sul serio sia quando monsignor Galantino attacca i leghisti e i grillini «piazzisti da quattro soldi che pur di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse» e per le loro «fanfaronate da osteria, chiacchiere da bar che rilanciate dai media rischiano di provocare conflitti», sia quando scoprono le vergogne e le troppe falle di una politica di integrazione di cui l’Italia a lungo ha fatto volentieri a meno, ha rimosso, ha delegato a donne e uomini di buona volontà del sistema capillare del volontariato attivo. La chiesa fa bene ad alzare il tono delle accuse sulla gestione dell’immigrazione, lo ha già fatto con parole sante Papa Francesco. Ha il dovere e il diritto di pronunciarle, traducendo la fatica della fraternità e della lunga gestione caotica del flusso di migranti destinato a continuare, e probabilmente anche con numeri maggiori.

Dopo aver visto tante improvvisazioni e troppe scene penose, quanti politici di lungo corso dovrebbero correre in confessionale e fare il mea culpa se, come dicono i vescovi, «la percezione dell’accoglienza ai migranti è errata e la gente crede che abbiamo accolto 18 milioni di stranieri. Invece sono meno del 7%, lavorano, pagano le tasse e contribuiscono quasi al 7% della nostra ricchezza».

E che mea culpa dovremmo fare anche noi che la raccontiamo per mestiere l’Italia? Il «giornalista collettivo», come lo definisce Giuliano Ferrara, è eccezionalmente bravo a sovraesporre, enfatizzare e mediatizzare, facendo diventare «invasione e rivolta della capitale» l’arrivo di venti immigrati. Alla fine degi anni Ottanta del secolo scorso, ebbi la fortuna di seguire le orme della prima ondata migratoria. Dai villaggi di legno e lamiera africani fino alle spiagge incivili di Riccione dove all’epoca era di moda la caccia ai venditori senegalesi, i “vù cumprà”, arrivati in Italia al termine di viaggi impressionanti che dagli autobus scassati e strapieni, e dio solo sa come quei motori riuscivano a far girare le ruote, li scaricavano sui traghetti-latrina che dal molo di Tunisi li sbarcavano a Trapani.

Potevamo essere da tempo quel Paese “normale” che sa gestire una emergenza, con certezze e regole. Una trentina di anni e più invece sono trascorsi invano, e noi, come se nulla fosse accaduto e stesse accadendo, abbiamo continuato a rimuovere i tanti perché delle grandi migrazioni, tralasciando l’integrazione possibile (istruzione, salute, lavoro, inserimenti) e regalando ampi spazi anche alla brutalità e all’affarismo. La sottovalutazione del fenomeno e della sua portata, associata a troppi calcoli politici, hanno prodotto anche quella reazione tutta di pancia e bassi istinti racchiusa nella formuletta che gli esperti massmediologi di Grillo hanno sintetizzato così: “rabbia+paura+effetto politico dell’allarme”, consigliandone l’adozione ai loro parlamentari. E quel che più inorridisce oggi, e ha provocato l’indignazione della Cei, è la gara in corso a chi la spara più grossa. Quando non sanno ancora quanti sono i morti annegati in fondo al mare, quanti i cadaveri recuperati e infilati nei sacchi di plastica, quanti figli della guerra e della fame sono riusciti a sopravvivere per puro miracolo, quanti sono in salvo sulle navi della nostra guardia costiera, i buttafuori della Lega o dei Cinquestelle sono pronti ad invocare respingimenti, rimpatri e chiusure.

E cosa dovrebbero fare i nostri marinai? Lasciarli affogare? Sparare sui gommoni già sgonfi? Affondare le carrette e ributtarli tutti in mare? Riportarli indietro “a casa loro” e dove? Questo propongono i Grillo e i Salvini da veri promoter e imprenditori della paura: “muraglie navali”, “sbarchi militari in Libia”, “strette sui permessi umanitari”, ritorni ai “metodi carcerari”, boicottaggi della solidarietà e dell’accoglienza. Come oltre frontiera il muro ungherese, i cani lupo alla frontiera di Calais, il filo spinato e le guardie armate per arginare l’arrivo di bambini, donne e uomini richiedenti asilo. Quanto vale battere sugli istinti peggiori? Vale intanto la mutazione genetica di un movimento come i 5Stelle che agli esordi, nel 2013, vide i senatori favorevoli all`abolizione del reato di immigrazione clandestina, e più tardi in Parlamento proporre soluzioni realistiche, prima dei diktat di Grillo e Casaleggio. Il governo oggi sta recuperando terreno ed errori accumulati. Se il tema è comunitario, lo si deve all’esecutivo che è riuscito a far inserire la questione migranti, per la prima volta seriamente, nell’agenda di Bruxelles. L’Europa chiarisca la sua strategia politica e diplomatica di lungo periodo per stabilizzare e pacificare il Mediterraneo. Un pezzo del grande disordine globale deve essere governato. Nel frattempo, noi stiamo con l’Italia che si muove e sa di dover partecipare alla soluzione di un problema umanitario, salva da morte certa migliaia di persone come noi e lo fa anche nel rispetto della Costituzione, articolo 10, che prescrive il diritto di asilo “…allo straniero a cui sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Lo scrissero i Padri costituenti, in una Italia allora poverissima, industrialmente all’anno zero, devastata dalle macerie di una guerra. Avevano, in quella tragedia, una visione. Che lezione di umanità!

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