Si può fare meglio con meno

Economia
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Nelle Regioni, anche le più virtuose, ci sono opportunità par fare meglio (o di più) con meno.

Che sia vera o no la battuta agonistica attribuita al Presidente del Consiglio, i margini per la Spending Review nelle Regioni sono ancora ampi. Non è detto che producano immediatamente risparmi epocali. Di sicuro, più di altre istituzioni, certamente più dei comuni, le Regioni hanno fatto fino ad oggi volentieri a meno di misurare l’efficienza con cui allocano soldi pubblici, soprattutto quelli che servono esclusivamente a tenere in vita strutture amministrative e società partecipate.

Molte ricerche hanno ripetutamente confermato l’esistenza di un divario, probabilmente incolmabile, tra le buone performance di alcune (baciate da elevate livelli di sviluppo economico, una diffusa cultura civica, forte stabilità politica) e il ritardo imbarazzante di altre, soprattutto al Sud. Ma anche studiando attentamente quelle migliori, si scopre che ci sono opportunità par fare meglio (o di più) con meno. Dovrebbero esserne consapevoli i «Governatori», che non è questo il momento in cui possano limitarsi a battere i pugni sul tavolo per le cifre dalla legge di stabilità.

Della riforma costituzionale si possono infatti dare due letture. Secondo quella oggi prevalente, la riforma rappresenta un riaccentramento in capo allo Stato indotto proprio dalla scarsa fiducia verso le istituzioni regionali, per ridurre le inutili complicazioni fin qui prodotte dal «federalismo all’Italiana». In alternativa, la riforma può essere vista come un tentativo di rendere il sistema degli enti territoriali nel suo insieme più efficiente riarticolandolo su due soli livelli (comuni e regioni), sulla base di una più chiara ripartizione delle competenze e una più chiara imputazione di responsabilità rispetto al centro. In questo secondo scenario, quello che le regioni perdono verso lo Stato in termini di competenze legislative, dovrebbero riguadagnarlo sia attraverso il loro ruolo di co-legislatori nel Senato sia attraverso un ruolo più effettivo di governo territoriale, in parziale sostituzione delle province. Ma il prevalere della prima o della seconda interpretazione dipenderà, nei fatti, dalla capacità delle Regioni di dimostrare la loro efficienza, oltre che dalla loro capacità di mettere tutti i comuni nelle condizioni di esercitare le proprie funzioni, anche attraverso una incisiva riduzione del numero, a cominciare dal Piemonte dove il problema è più acuto.

Nessuna singola decisione può portare a grandi risultati. A meno che non si continui a operare con tagli lineari. Il peggiore dei modi. Anche perché non c’è un singolo settore di politica pubblica in cui le regioni (nel loro complesso) spendano troppo o male. Ci sono tanti settori in cui diverse regioni non hanno, non si sono mai date, seri ed ordinari meccanismi di controllo sull’efficienza della spesa. Una singola ricetta non c’è, ma ci sono alcune buone pratiche ben identificabili da stabilire. A puro titolo di esempio, una più oculata gestione delle sedi, che costituiscono una parte non marginale della spesa di funzionamento. Un capitolo su cui Carlo Cottarelli ha giustamente insistito, inascoltato. Il salto delle tecnologie ha enormemente ridotto la necessità di spazio e a volte anche quello della costante presenza fisica degli addetti. Ma la razionalità dei «piani di razionalizzazione» richiesti a questo riguardo da norme del 2012 è ancora tutta da verificare. Più in generale, il nodo che i «Governatori» dovrebbero prendere di petto, se vogliono essere credibili, è fissare standard e pratiche per la misurazione comparativa tra regioni dell’efficienza in ogni singolo settore, rendendo i relativi dati trasparenti. Sarebbe un bene per la reputazione dell’istituzione in quanto tale e uno stimolo effettivo per ciascuna di loro a fare meglio. Qualcosa si è mosso in sanità, per evitare differenze esorbitanti tra una azienda e l’altra nella spesa per uno stesso presidio, farmaco o intervento. Ancora poco, ma dimostra che è possibile. Fino ad oggi negli altri campi lo si è scientificamente evitato, con la scusa che «la qualità non si misura» e grazie ai meccanismi difensivi di una dirigenza tra le più autoreferenziali. Può darsi che i tagli imposti dalla legge si stabilità per il 2016 non siano facili da sopportare nel breve termine. Che le Regioni possano darsi nuovi criteri di gestione per fare meglio con meno è certo.

 

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