Si chiude l’era kirchnerista: l’Argentina volta pagina

Argentina
epa05037927 Argentinian presidential candidate Mauricio Macri (C) of the Cambiemos coalition waves to supporters as he is accompanied by his daugther Antonia (top) in Buenos Aires, Argentina, 22 November 2015. Mauricio Macri won the presidential run-off election on 22 November in Argentina, according to the first official results. With 14.82 percent of the precincts tabulated, Macri is ahead with 54.43 percent of the votes, compared with 45.57 percent for Peronist Daniel Scioli, the candidate of the ruling Front for Victory.  EPA/DAVID FERNANDEZ

Con la vittoria di Mauricio Macri nulla sarà più come prima in termini di rapporti di forza interni ed esteri

Si è chiusa come sembrava evidente dai sondaggi degli ultimi giorni la partita dell’inedito ballottaggio in Argentina. Si è chiusa con la vittoria di Maurizio Macri della coalizione “Cambiemos” (PRO, Union Civica Radical e il gruppo di Elisa Carriò) sotto il lemma del cambiamento radicale rispetto all’era kirchnerista che ha governato il paese negli ultimi 12 anni con Nestor e Cristina Kirchner.

Ingegnere prestato alla politica, figlio dell’imprenditore Franco (di origini calabresi), ha battuto Daniel Scioli per poco meno di un milione di voti, il 51,42% contro il 48,6% con un programma politico tutto improntato al cambiamento, soprattutto in economia. Ed è questo, infatti, il dossier centrale del nuovo governo. Poca propaganda, adesso. La situazione è difficile. Lo scorso anno il Pil è stato negativo seppur di poco (0,4%) e le previsioni per il 2015 parlano di un debole recupero. Nulla di irreparabile su questo fronte, visto che è quello che stanno vivendo le grandi economie atlantiche dell’America latina, Brasile in primis.

Quel che spaventa sono i restanti dati aggregati, soprattutto l’inflazione che viaggia in previsione al 27% dopo il record dello scorso anno del 37%; difficili anche i numeri del saldo delle partite correnti che risultano in negativo mentre diminuiscono le riserve valutarie lorde in un paese che dopo il default ha difficoltà a finanziarsi all’estero. Cristina Fernandez lascia, poi, il paese con il deficit fiscale più alto dal 1982, un rosso dei conti pubblici che peserà per il 7,25% del Pil (anche se il ministro dell’economia dice che chiuderà l’anno al 3,5%) e quindi occorrerà fare sacrifici, combattere l’inflazione e la credibilità degli indici ufficiali dando priorità al mercato interno. Tutto questo con programmi di povertà zero come obiettivo per dare speranza ai tanti che ancora non ce la fanno e che nel 2014 sommavano a quasi 11 milioni di persone.

L’obiettivo, in altri termini, è che a misure economiche rigide si accompagni anche equità e redistribuzione. Resta poi pendente il negoziati con i “fondi avvoltoi” e il dossier non è facile anche se l’Onu ha approvato lo scorso settembre – su invito proprio dell’Argentina – una risoluzione che stabilisce nuovi principi per negoziare i debiti sovrani, invitando gli stati parte del consesso internazionale a sostenere e promuovere questi principi nella ristrutturazione dei debiti sovrani. E poi ci sono la lotta contro la corruzione e il consolidamento della giustizia così come quella contro il narcotraffico ed il crimine organizzato che dalla Colombia si è ormai spostato in Argentina e sta diventando una vera e propria emergenza nazionale.

In ogni caso sarà un cambio di epoca quella che l’Argentina si appresta a vivere. Anche in politica estera. Un cambio di epoca dagli effetti simbolici ma anche dalle ripercussioni politiche effettive. Arriva a capolinea l’era del kirchnerismo, lo abbiamo menzionato, e nulla sarà più come prima in termini di rapporti di forza interni al paese e in termini di rapporti di forza verso l’estero. In una epoca globalizzata, altamente interconnessa e con rapidi mutamenti di fronte andrà lasciato da parte qualsiasi scenario rigido e omogeneo e si dovrà entrare in un’epoca di maggiore flessibilità: in questo contesto, ci si aspetta che anche l’Argentina possa giocare un ruolo effettivo e costruttivo in primis sul fronte emisferico. Dopo un decennio di freddezza ricambiata, è probabile un riavvicinamento agli Stati uniti. Emisferico nel senso anche della integrazione regionale ed è quindi ipotizzabile un consolidamento delle relazioni con i vicini del Mercosud, in primi con l’alleato strategico chiave, il Brasile “perché quanto meglio va al Brasile tanto meglio va all’Argentina” ed è su quello scacchiere che si gioca il futuro politico del paese.

Allo stesso modo, è ipotizzabile un riavvicinamento anche con i paesi dell’Alleanza del Pacifico per accedere ad una piattaforma verso quello che è il centro mondiale del commercio e dello sviluppo. È, infine, immaginabile un riallineamento dei propri interessi verso i paesi europei e, speriamo, anche verso l’Italia visto che è da troppo tempo che le nostre relazioni si sono raffreddate. Considerate anche le origini del nuovo presidente, non sarebbe peregrina una partnership strategica vera ed autentica con un paese dove vive ed è integrata una vastissima comunità di italo discendenti e al quale ci uniscono cultura, storia e tradizioni.

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