Si avvicinano le amministrative: in fuga dalla destra

Destra
Il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini (D), con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni sul palco allestito in Piazza Maggiore a  Bologna, 8 novembre 2015. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

La debolezza di Berlusconi, i veti di Salvini, e nel centrodestra le uniche candidature sono quelle a perdere. A Milano l’epicentro della crisi

Che fine ha fatto il centrodestra italiano? Le elezioni amministrative si avvicinano, e i candidati si allontanano in un girotondo senza fine di annunci più o meno credibili, sondaggi riservati, smentite, veti incrociati, desideri e gravidanze. Giorgia Meloni, che molti si aspettavano – e auspicavano – corresse a Roma, ha felicemente annunciato (al Family Day, perché vita privata e marketing politico sempre più spesso s’intrecciano) di aspettare un figlio: e il sottotesto, per chi ancora non l’avesse capito, è la rinuncia definitiva al Campidoglio. E così a Roma si ricomincia da zero, o quasi, mentre a Milano il nome ancora non c’è e in altre tre città-chiave – Napoli, Torino e Bologna – saranno probabilmente in corsa altrettanti candidati di bandiera, destinati cioè fin dall’inizio alla sconfitta.

Domenica, dopo il derby MilanInter, Berlusconi, Salvini e la Meloni (quest’ultima non particolarmente felice per l’orario) si sono visti a cena per fare il punto sulle candidature: ma, a parte la legittima soddisfazione di due dei commensali per l’esito della partita, c’è stato molto poco da festeggiare. E, quel che più importa, non si è deciso nulla. L’epicentro della crisi è Milano: non soltanto per il peso oggettivo della capitale morale d’Italia, ma anche e soprattutto perché Milano è stata il cuore e il motore del centrodestra italiano per un ventennio, la città-simbolo e la vetrina del “forzaleghismo” di governo, l’esempio della buona amministrazione di Gabriele Albertini e Letizia Moratti. Oggi Milano è senza candidati – o, per meglio dire, ne ha troppi: c’è Alessandro Sallusti, che però sondaggi interni commissionati dal Cavaliere darebbero in difficoltà per il profilo troppo marcato; c’è Stefano Parisi, oggi alla guida di Chili, il Netflix italiano, che Berlusconi va corteggiando da settimane ritenendolo a ragione un ottimo antiSala, e che tuttavia sembra orientato a non lasciare il mondo dell’impresa; c’è Daniela Santanché, indicata da qualche voce come regista dei balletti milanesi, e che tuttavia ha già precisato di «non avere alcuna intenzione di correre»; c’è Maurizio Lupi, sul quale grava però un probabile veto di Salvini nonché una forte perplessità di Alfano, appena premiato dal rimpasto di governo; c’è Corrado Passera, che da tempo ha cominciato la sua corsa solitaria nella speranza di raccogliere strada facendo l’appoggio di Forza Italia, e che tuttavia sembra destinato a restare solo, di nuovo per il veto di Salvini.

A Roma le cose non stanno meglio, anzi: dopo la defezione della Meloni, peraltro già data per molto probabile da chi l’ha frequentata in questi mesi, resta in gioco al momento soltanto Guido Bertolaso, scelto da Berlusconi ma privo dell’appoggio di Salvini (anche perché azzoppato dalle inchieste giudiziarie e, più in generale, da una carriera non particolarmente brillante alla Protezione civile). Alfio Marchini – candidato solitario come Passera, ma più radicato e più forte – non è disponibile ad accettare liste di partito a sostegno della sua candidatura: il che significa che il centrodestra, se alla fine fosse costretto a ripiegare su di lui per mancanza di alternative, dovrebbe camuffarsi sotto le vesti di una lista civica e rinunciare ai propri simboli.

Nelle altre principali città, il centrodestra sembra rinunciare in partenza alla possibilità di una vittoria, e finanche di un piazzamento al ballottaggio: a Napoli le possibilità di Gianni Lettieri, l’imprenditore già sconfitto da Luigi de Magistris cinque anni fa, sono considerate pressoché nulle, così come a Torino quelle di Osvaldo Napoli, ex deputato di Forza Italia e oggi sindaco di Valgioie, un grazioso comune di montagna in provincia di Torino che conta 950 abitanti. A Bologna, tramontata la candidatura di Vittorio Sgarbi, annunciata da Berlusconi e subito smentita dall’interessato, correrà Lucia Borgonzoni, combattiva capogruppo leghista in Consiglio comunale: ma qui in gioco non è la poltrona di sindaco, bensì l’egemonia nel centrodestra. Nel 2014, quando si votò per la Regione, Salvini ottenne la candidatura unitaria di un leghista: Alan Fabbri sfiorò il 30%, ma Forza Italia si fermò all’8,3% (contro il 25% di quattro anni prima), portando a casa due soli consiglieri. Oggi sta succedendo la stessa cosa, e non per caso il leader leghista aveva scelto Bologna per la manifestazione “unitaria” di novembre cui fu costretto a partecipare anche Berlusconi: per Salvini, consolidare la presenza in Emilia-Romagna è una tappa essenziale nella strategia di trasformazione della Lega in partito nazionale. Ma questo consolidamento avviene tutto a spese di Forza Italia, ridotta all’insignificanza numerica e politica. E ciò che sta accadendo a Bologna potrebbe ripetersi nel resto d’Italia.

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