Settant’anni dopo, le donne devono porsi nuovi obiettivi

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Il diritto di voto nel 1946 fu la prima tappa di una parità politica che non è ancora pienamente compiuta

Sono pochi i momenti essenziali della storia. È pacifico che lo siano le rivoluzioni, come quella per l’uguaglianza nel 1789, o la sovversione anti-patriarcale del 1968. Funzionano più o meno così: si leva un gran polverone, e prima che si diradi, capita che qualcuno si elevi e acciuffi per tutti quel di più di libertà che prima non c’era.

Tra i nostri essenziali c’è evidentemente la Resistenza con la sua novità inaggirabile, la presenza delle donne, e il suo esito scritto, il diritto di voto. Sono due momenti di una stessa rivoluzione su cui vale la pena soffermarsi. Anzitutto sulla presenza, quell’esserci delle donne su tutto e non solo come retrovia. Ebbe a dire la storica Anna Rossi Doria proprio su l’Unità, esattamente vent’anni fa: “Parole come contributo, partecipazione, danno l’idea che la Resistenza è un fenomeno maschile al quale la componente femminile prende parte, magari in posizione marginale. Non è così. L’impegno è fortissimo, senza precedenti”.

Impegno fortissimo dunque, con un però. Rossi Doria non manca di annotare infatti che finita la Resistenza, molte partigiane fanno un passo indietro (non dalle urne, sia chiaro!), tornano a casa lasciando alle forze politiche di sciogliere il nodo del come essere rappresentate. Le elezioni del 2 Giugno 1946 portano in Assemblea Costituente 21 donne (4%), l’affluenza è altissima (89%) e il risultato sentito: “Le donne ti consideravano la loro deputata”, dirà Nadia Spano. Comincia a cambiare la cittadinanza, che assume un profilo più complesso. Nel 1946 nessuno lo sa ma è sulle leggi delle donne che si scongelerà la Costituzione (dalla legge Merlin al referendum sull’aborto). La capacità trasformativa di quella esigua rappresentanza sarà essenziale al progresso repubblicano e per certi versi ne causerà i momenti più felici.

Queste considerazioni non bastano però. Il problema delle donne con la rappresentanza rimane, emerge con chiarezza dalla II legislatura in poi, e assume note esasperate nella Seconda Repubblica, consentendoci così di arrivare a oggi, al Parlamento più rosa della storia repubblicana. La soglia critica è raggiunta, e adesso?

La domanda ricorre ormai da un paio di anni e interroga soprattutto le donne democratiche. Esaurito l’obiettivo istituzionale infatti, è la strategia politica complessiva a mancare di un aggiornamento e di conseguenza a soffrire un declassamento in agenda. Siano indizio di ciò disordine e parossismi con cui abbiamo affrontato il dibattito sul Codice Rosa, le secche del piano antiviolenza, e sul fronte europeo, una risposta collettiva pressoché assente alle ottusità sulla questione migratoria. Saltiamo a pie’ pari poi la sfida antropologica del contratto di maternità surrogata o, ancora sul piano sociale, la novità politica di una disuguaglianza forte tra donne. Questioni che dividono anche chi scrive e che richiedono un confronto dialettico serrato.

Stupiscono di quel 2 Giugno ’46 la portata del salto, in un certo senso irripetibile. Fu l’inizio di una sfida, costruire la Repubblica per poi cambiarne le coordinate. Uno scatto, a partire da esigenze attuali ma con una capacità immaginativa di lungo raggio. Il rapporto tra donne e istituzione è profondamente cambiato almeno sul piano formale, talvolta ribaltato. Ma andiamo avanti, il piano della battaglia si è spostato facendo emergere esigenze nuove ma ancora troppo collaterali rispetto alla politica.

Riprendiamo centralità a partire da un ragionamento su forma e tradizione del nostro impegno. Proiettiamoci senza mollare nulla di quanto finora conquistato, aggiorniamo gli obiettivi, direzione quella parità tonda e repubblicana che non vuol dire neutralizzazione del nostro modo di fare politica al femminile. Questo è il punto, qui sta il dovere delle donne. Non esserci tanto per esserci o per riempire una di quelle famose quote, ma mettere in campo politiche che gli uomini non possono portare avanti. Avvalersi della nostra differenza, informando del nostro pensiero nuovi diritti e nuovi interventi.

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