Serve un lingua comune europea per parlare con una sola voce

Europa
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Bisogna andare oltre la Babele degli sherpa di Bruxelles

Si dice che il diavolo sta nei dettagli, spesso in finanza è nascosto nei termini inglesi. Due esempi su tutti: il ‘bail in’, letteralmente ‘salvataggio dall’interno’, che dal 2016 cambierà profondamente i rapporti tra risparmiatori e banche; e il ‘Fiscal Compact’, accordo semi-blindato il quale, a dispetto del nome da gioco di società, ha inchiodato i governi all’austerità di bilancio.

Nel primo caso, molto attuale di questi tempi, un italianissimo ‘autosalvataggio’ avrebbe spiegato meglio a Parlamento e cittadini cosa accadrà di brutto ai clienti di un istituto di credito prossimo al fallimento (parliamo di azionisti, obbligazionisti e depositanti sopra i 100.000euro). Nel secondo esempio, è di tutta evidenza che un bel ‘’vietato spendere’’ sarebbe stato molto più chiaro, anche se sul punto gli esecutivi hanno trovato il modo di aggirare l’ostacolo.

Il problema della decrittazione degli oscuri termini burocratici di Bruxelles vale per tutti i paesi e non èsolo un nodo tecnico perché esso ostacola di fatto la libera circolazione delle idee.

Mai come oggi in Europa c’è invece bisogno di confrontarsi senza traduttori che rendono tutto una Babele comprensibile solo agli sherpa degli Ecofin.

Non bastano una moneta unica, una politica unica, una difesa unica. Serve anche – forse soprattutto – un ‘linguaggio unico’, accessibile a tutti i 500 milioni di abitanti dell’Unione. Tanto per dire, l’Isis una lingua ce l’ha e non è nemmeno uno stato.

Uscendo dai paradossi, i risultati della costruzione europea senza kit di utilizzo sono purtroppo sotto gliocchi di tutti e provengono spesso da una lettura senza prospettive di lungo periodo delle direttive e delle raccomandazioni comunitarie. Non è più sufficiente sapere l’inglese o il francese (che spadroneggiano tra Strasburgo e Francoforte), occorre tradurre nel giusto modo i cambiamenti epocali che coinvolgono i propri amministrati, conoscere l’idioma delle diverse culture, utilizzare quei vocaboli unici che rendono viva una comunità fatta di storie tanto diverse. E, soprattutto, una volta recepita la norma europea, è necessario avere consapevolezza delle conseguenze. Basta guardarsi allo specchio di questi ultimi 14 anni.

I paesi fondatori dell’euro hanno ceduto sovranità monetaria e non possono più decidere il loro livello di debito pubblico; le banche centrali stampano moneta su input della Bce, non stabiliscono più il livello deitassi e vigilano solo sulle banche medio-piccole; tutti gli istituti di credito, dopo la Grande Crisi e gli esborsi per evitare la Grexit, sottostanno ai diktat di Francoforte sui requisiti di capitale per evitare nuovi crack; i risparmiatori scoprono solo ora che se il loro sportello fallisce dovranno salvarlo di tasca propria mentre, nello stesso tempo, non conoscono chi, da qui al 2020, effettivamente garantirà il rimborso dei loro soldi depositati sul conto corrente.

Può reggere una moneta unica che di unico ha solo il conio, ma quando si tratta di salvarla in forma di deposito, banca o titolo di stato, ridiventa lira, franco, marco? No. E l’hanno capito per primi Matteo Renzi e Francois Hollande, che giustamente hanno incalzato Angela Merkel affinchè si apra almeno la necessaria discussione sulla tutela unica dei depositi.

Senza quella non c’è un solo euro ma tante monete di affidabilità differente a seconda della solidità dellabanca dove vengono custodite; come senza Schengen non c’è più l’Unione ma un crogiolo di regolamenti e direttive. E, in assenza di una lingua madre, come accade dalla fondazione negli Stati Uniti, non c’è modo di sentirsi davvero uniti anche solo per cantare un Inno alla gioia.

Al prossimo Consiglio europeo si dovranno affrontare di petto due argomenti chiave quali la strategia che di qui al 2024 ci porterà ad un sistema comune di garanzia dei conti correnti e una exit strategy per ridurre l’esposizione degli istituti di credito in titoli sovrani. Ben fatto, se accadrà. Se fosse possibile, per dare anima a questi provvedimenti fondamentali per la sopravvivenza dell’Ue, servirebbe però una nuova Convenzione che riaprisse il capitolo della Costituzione europea e che questa fosse scritta in una lingua nuova, quella della Nuova Europa. Non è un progetto troppo ambizioso.

Questa volta ci viene in soccorso proprio un’espressione anglosassone: “When you’re in trouble think big”, Se hai problemi, pensa in grande. E usa una sola voce.

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