Serve ancora un Pd a vocazione minoritaria?

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Le divisioni del Pd romano hanno consegnato Roma ai 5 Stelle e i risultati già sono evidenti

Alle Olimpiadi Virginia dice No. O forse sarebbe il caso di dire “Beppa”, visto che a decidere è qualcun altro. L’analisi di Roma rilancia il rimpianto per un’occasione persa: quella di un sindaco all’altezza della situazione come Giachetti poteva essere. Rappresentante di una città multiforme e da rianimare senza improvvisazioni, ma con passione e competenza.

Il 19 giugno ha consegnato la Capitale al dilettantismo dell’arroganza. Una “Corrida” in cui sono i cittadini ad andare allo sbaraglio, in attesa di una giunta che forse ci sarà se Raggi riuscirà a non implodere. Qualora non fosse, ci si interroga su cosa accadrà dopo.

Con un PD romano di minoranza maggioritaria che è stato il valore aggiunto del successo stellato. Nel solco di un autolesionismo da vecchia sinistra interessata, che alle comunali ha mostrato volto, muscoli e s’è contata. Confermando l’attuale irrecuperabilità di una città eterna anche nei suoi problemi, anzitutto tra le classi dirigenti.

La sera della sconfitta di Roberto e soprattutto di Roma, c’ero anch’io. Piccolo militante innamorato di una politica vissuta come mezzo e non come fine, incredulo di fronte alla solitudine di un uomo che ha voluto metterci la faccia. Una roba importante considerato che era più facile perdere che vincere.

Ma occorre ripartire da qui. Dallo slancio sincero che caratterizza gli uomini prima che i politici, lontani dalle frenetiche spartizioni degli statisti un tanto al chilo. Coscienti che un’autoriforma del PD capitolino è necessaria come l’aria, a partire dai falsi amici che vincono quando perdi e magari con Giorgia (quella che non canta) ancora in agguato.

Il tutto sullo sfondo di una politica nazionale che continua a dividersi sulla legge elettorale. Per distogliere dal referendum ed infilzarlo, infilandosi in un’apertura governativa e parlamentare che è anche un modo per portare allo scoperto le minoranze varie. A partire da quella Dem in crisi di credibilità e di proposte, disposta a tutto pur di contare nel sapor di proporzionale. Il sistema senza vinti ne vincitori utilissimo agli accordi post–voto che come sempre accontentano tutti. Tranne la comunità.

Una domanda, perciò, sorge spontanea: a Roma e al paese un PD a vocazione minoritaria (2009 – 2013) serve ancora?

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