Regeni, senza verità non c’è dignità

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In una foto tratta il 26 marzo 2016 dal sito del quotidiano egiziano Youm7, alcuni dei documenti di Giulio Regeni rinvenuti, assieme ad alcuni oggetti,  in un appartamento a nord del Cairo. ANSA/ WEB   +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Secondo alcuni giornali, infatti, il presidente egiziano al-Sisi, nelle ultime ore, avrebbe dato inequivocabili segnali di voler cambiare atteggiamento

Prendiamo un italiano medio, di quelli che ormai non ne fabbricano più, e immaginiamo che conservi la voluttà – addirittura ancora più rara, questa – di leggere o almeno di scorrere titoli e articoli di più di un quotidiano al giorno; e che a questo si sia dedicato ieri, mercoledì 6 aprile. L’impressione che, da questo esercizio, il nostro concittadino ha probabilmente ricavato, richiama una sorta di sindrome schizoide. O, come usa oggi, la condizione di una personalità bipolare, oscillante tra la depressione più cupa e l’euforia più irresponsabile. Tutto ciò attraverso la lettura degli ultimi sviluppi del “caso Regeni”. Secondo alcuni giornali, infatti, il presidente egiziano al-Sisi, nelle ultime ore, avrebbe dato inequivocabili segnali di voler cambiare atteggiamento e di voler perseguire “una piena collaborazione”.

Secondo Repubblica, invece, che ha illustrato una verosimile via crucis di torture subite da Giulio Regeni, lo stesso presidente egiziano avrebbe partecipato a una riunione con il ministro dell’Interno, i responsabili dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto e la consigliera per la Sicurezza nazionale, per decidere l’estrema sorte del giovane ricercatore. Dunque, quello stesso al-Sisi che si impegna a cooperare con l’Italia, sarebbe, allo stesso tempo, il boia e il becchino di Giulio Regeni. Uno scenario a dir poco spaventevole.

A questo punto, gli analisti più callidi e gli strateghi più sofisticati mi rimprovereranno: “Ma la questione è assai più complessa”. Grazie, lo so da me. E preciso subito che quella “riunione” mi sembra assai poco credibile: ma non è questo il punto. Il punto vero è l’abnorme e inestricabile groviglio di interessi e di menzogne, di speculazioni e di doppi e tripli giochi, di calcoli geopolitici e di sadismi da sbirraglia, di deviazioni da regime e di efferatezze sistemiche, di manovre autoritarie e di feroci lotte intestine.

Tutto ciò costituisce il cuore nero di un regime dispotico, che nulla ha a che fare con uno Stato di diritto e con il quale, tuttavia, l’Italia deve intrattenere relazioni. Ovvero rapporti politici, istituzionali, diplomatici, economici e commerciali: e, in questo momento preciso, intensi rapporti giudiziari, capaci di impedire che la vicenda di un nostro connazionale finisca nell’oblio che grava sulle macabre statistiche dei tanti abusati e violati, sequestrati e cancellati, seviziati e martoriati a opera di feroce una tirannia.

Dunque, non è in discussione la necessità di seguire ogni traccia di possibile mediazione e ogni filo, il più sottile, che consenta una qualche cooperazione tra i due Paesi, giocando sulle contraddizioni che lacerano il sistema di potere egiziano, sulle aperture, anche le più timide, sui punti deboli che anche la struttura di dominio più monolitica finisce col rivelare.

E non si chiedono nemmeno, gesti terribilisti, proclami tonitruanti, retorica tribunizia (ce n’è già tanta in giro e in Parlamento). Si chiede, piuttosto, una determinazione che non sempre è apparsa, nelle scorse settimane, adeguatamente ferma e risoluta. Capisco benissimo che si debba agire lungo canali riservati, premere attraverso complessi giochi di alleanze, alternando conflitto e negoziato. Ma – ecco il punto – una scadenza va indicata. Un limite oltre il quale si decida che, per uno Stato democratico, la misura è colma; e che la pazienza, infine, si è esaurita.

Una soglia superata la quale, si deve ricorrere a strumenti di pressione democraticamente robusti e efficacemente incisivi e determinanti. E successo, infatti, che col passare delle ore, negli ultimi giorni, i sentimenti più diversi si sono succeduti, a tratti accavallandosi, suscitando i pensieri più contraddittori, all’interno di un quadro che è apparso sempre più opaco.

Con la sola consapevolezza che ci vorrà molto, forse moltissimo tempo per fare chiarezza sulla vicenda, e che sarà ancora lunga la fatica (quel “dolore ingiusto sempre rinnovato” di cui parla la madre di Giulio) che verrà richiesta alla famiglia Regeni. Le parole del ministro Gentiloni nell’Aula del Senato, seppure chiare nel riaffermare da parte del governo un atteggiamento vigile sull’operato delle autorità egiziane, sono ancora troppo prudenti, dal momento che non indicano i passi necessari da compiere di fronte al perdurare di comportamenti ambigui fino all’omertà. E la reazione ancora una volta doppia da parte dell’Egitto a quelle parole – prima di minaccia, poi di offerta di collaborazione – non fa che confermare la sensazione di un’opera di logoramento in atto nei confronti dell’animo ferito di un intero Paese.

Tanto da suscitare, in misura sempre maggiore, sentimenti di diffidenza anche di fronte all’avvenuto arrivo a Roma degli inquirenti egiziani e dei fascicoli relativi all’inchiesta. Devo dire che, precisati tutti i miei dubbi e le mie perplessità e i conseguenti punti di dissenso con l’operato del governo, non posso che dichiarare la mia totale condivisione di un’affermazione fatta dal ministro Gentiloni.

Quella frase: “la ragion di Stato corrisponde oggi alla verità su Giulio Regeni” è perfetta. E raccoglie il senso più profondo della necessità di non porre mai come inconciliabili politica e diritto, legittimi interessi pubblici e garanzie fondamentali della persona, relazioni bilaterali e tutela della libertà e della dignità individuale. Certo, evitare il conflitto tra queste categorie di beni, e tutelarle entrambe, non è un’impresa facile. Mi auguro che il governo italiano, che non sempre è stato in grado di farlo, in questa circostanza sia all’altezza di una sfida tanto drammatica.

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