Senza le primarie il Pd perde il suo sogno

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Le operazioni di spoglio in un seggio dei quartieri Spagnoli a Napoli per le primarie del candidato del centro sinistra a presidente della regione Campania, 1 marzo 2015. ANSA / CIRO FUSCO

Le dimissioni di Marino hanno scatenato una polemica demagogica montata per arrivare alla scelta dei dirigenti dall’alto

Le dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma hanno scatenato una forte reazione nei mass media e soprattutto nella vecchia classe dirigente del Pd. Questa polemica demagogica è montata per rafforzare la loro cultura di scegliere la classe dirigente tramite riunioni ristrette nei famosi caminetti, in cui politici di professione assieme ai potenti delle tessere determinano i nomi da indicare per tutti gli incarichi politici e amministrativi.

Personalmente ritengo che noi come Pd dobbiamo rispettare e applicare lo Statuto e il Codice etico, nei quali sono presenti due norme straordinarie e rivoluzionarie: le primarie aperte e i limiti di mandato.

Quando è nato il Partito democratico, quel 14 ottobre 2007, queste due norme vennero inserite con grande convinzione e determinazione proprio per dare la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e poi, con i limiti di mandato, di offrire l’opportunità di un ricambio vero e certo della classe politica, eliminando la figura del politico di professione a vita.

Finiamola, quindi, di speculare sui politici che per vari motivi non risultano capaci o non ci soddisfano e che falliscono nonostante siano stati eletti con le primarie. Senza le primarie aperte e i limiti di mandato, il Pd perderebbe il motivo, il progetto e il sogno per cui è nato: creare in Italia le condizioni per realizzare un bipolarismo, o meglio un bipartitismo, che permetta alle due forze politiche, una di centrosinistra e una di centrodestra, di governare alternativamente (secondo le scelte e la volontà dei cittadini) il Paese.

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